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Smart&Start Italia cambia: più capitale privato e più selezione per le startup

Smart&Start Italia entra in una nuova fase. Il decreto del 13 luglio 2026 adegua l’incentivo alla nuova definizione di startup innovativa, estende il tutoraggio alle imprese fino a 36 mesi, semplifica parte delle valutazioni e rende più chiaro il meccanismo che permette di trasformare una quota del finanziamento agevolato in contributo a fondo perduto quando entrano investitori privati. La misura continua a finanziare piani tra 100mila e 1,5 milioni di euro, ma il messaggio è sempre più evidente: il sostegno pubblico vuole accompagnare startup capaci di dimostrare crescita, innovazione e capacità di raccogliere capitale.

Smart&Start Italia cambia ancora.

Il decreto ministeriale del 13 luglio 2026, pubblicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy il 2 settembre, aggiorna una delle principali misure nazionali dedicate al finanziamento delle startup innovative.

La revisione non modifica radicalmente l’architettura dello strumento.

Rimangono infatti il finanziamento a tasso zero, i piani di investimento compresi tra 100mila e 1,5 milioni di euro, la copertura ordinaria fino all’80% delle spese ammissibili e l’incremento al 90% per alcune categorie di startup.

Il cambiamento riguarda soprattutto chi può restare nel perimetro delle startup innovative, come vengono valutati i progetti e quanto diventa importante il capitale privato.

Ed è proprio quest’ultimo punto a rendere il nuovo Smart&Start più interessante dal punto di vista della politica industriale.

Smart&Start ha già finanziato oltre 1.500 startup

La misura non è marginale.

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Invitalia, Smart&Start Italia aveva già finanziato 1.549 startup innovative, attivando circa 800 milioni di euro di investimenti e concedendo 618 milioni di agevolazioni.

I dati disponibili sul sito dell’Agenzia sono aggiornati al febbraio 2024 e quindi sottostimano la dimensione raggiunta oggi dallo strumento, ma permettono comunque di comprenderne il peso.

Smart&Start è operativa dal 2015 e rappresenta uno dei pochi incentivi nazionali pensati specificamente per startup ad elevato contenuto tecnologico.

Può finanziare imprese che sviluppano:

  • prodotti e servizi innovativi;
  • Intelligenza Artificiale;
  • blockchain;
  • Internet of Things;
  • soluzioni digitali;
  • spin-off derivanti dalla ricerca pubblica e privata.

Da 100mila a 1,5 milioni di investimento

La struttura finanziaria rimane particolarmente aggressiva rispetto a un normale finanziamento bancario.

Smart&Start sostiene piani d’impresa tra 100.000 e 1,5 milioni di euro.

Tra le spese ammissibili rientrano:

  • macchinari e attrezzature tecnologiche;
  • brevetti, licenze e know-how;
  • sviluppo software;
  • servizi specialistici;
  • personale;
  • collaborazioni con università e centri di ricerca;
  • marketing e web marketing.

È inoltre possibile finanziare capitale circolante fino al 20% delle altre spese ammissibili.

Il progetto deve essere completato entro 24 mesi dalla stipula del contratto di finanziamento.

Finanziamento all’80%, fino al 90% in alcuni casi

Il cuore della misura rimane il finanziamento senza interessi. Smart&Start può coprire fino all’80% delle spese ammissibili.

La percentuale sale al 90% quando la startup è interamente composta da donne e/o giovani fino a 35 anni oppure include determinate figure altamente qualificate provenienti dalla ricerca internazionale.

La durata massima del finanziamento è di 10 anni.

Per le startup localizzate in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia rimane inoltre una componente più favorevole: una parte del finanziamento non deve essere restituita.

La vera evoluzione strategica, però, riguarda il rapporto tra finanziamento pubblico ed equity privato.

Se entra capitale privato, una parte del debito può diventare fondo perduto

Smart&Start prevede già dal 2022 la possibilità di convertire una quota del finanziamento agevolato in contributo a fondo perduto quando la startup riceve un investimento nel capitale di rischio.

Il nuovo regolamento rende più chiaro il meccanismo e amplia il perimetro degli investitori rilevanti.

La conversione può arrivare fino al 50% delle somme apportate dagli investitori e comunque non può superare il 50% del totale delle agevolazioni concesse.

E qui i numeri cominciano a diventare significativi.

Al 31 agosto 2026 Invitalia aveva ammesso 85 operazioni di conversione.

Le startup coinvolte avevano raccolto complessivamente 65,8 milioni di euro di capitale privato nei quattro anni precedenti.

È probabilmente questo il segnale più interessante della misura. Lo Stato non si limita a finanziare direttamente una startup. Cerca di premiare quella startup se successivamente riesce a convincere investitori privati a metterci capitale proprio.

Perché questo meccanismo è importante

Da un punto di vista economico, il meccanismo introduce una forma di verifica esterna.

Una startup può ottenere Smart&Start sulla base di una valutazione effettuata da Invitalia.

Ma se successivamente un venture capital, un business angel o un altro investitore decide di acquistare una partecipazione, arriva una seconda validazione.

Questa volta di mercato.

Il capitale privato diventa quindi una sorta di moltiplicatore dell’incentivo pubblico.

È una direzione interessante perché riduce il rischio di costruire un sistema nel quale le startup diventano brave soprattutto a ottenere bandi, anziché a raccogliere clienti e investitori.

Il nuovo tutoraggio arriva fino a 36 mesi

Un’altra novità riguarda i servizi di accompagnamento.

Il nuovo regolamento estende il tutoraggio tecnico-gestionale alle startup costituite da non più di 36 mesi alla data della domanda. Il valore del servizio è pari a 10.000 euro.

Non è probabilmente la modifica più importante dal punto di vista finanziario.

Ma interviene in una fase particolarmente delicata.

Nei primi tre anni una startup può avere già sviluppato il prodotto e iniziato a vendere, senza avere ancora costruito competenze mature su finanza, organizzazione, management e sviluppo commerciale.

È proprio in questa fase che molte imprese innovative smettono di essere semplici progetti tecnologici e devono iniziare a diventare organizzazioni.

Cambia anche la definizione di startup innovativa

Il nuovo Smart&Start recepisce inoltre le modifiche introdotte dalla Legge sulla concorrenza 193/2024.

Le startup possono continuare a essere iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, ma il mantenimento dello status è diventato progressivamente più selettivo.

Dopo il terzo anno, per rimanere startup innovativa fino al quinto devono dimostrare almeno uno specifico requisito di crescita o sviluppo.

Tra questi:

  • spese in ricerca e sviluppo più elevate;
  • un contratto di sperimentazione con una Pubblica Amministrazione;
  • crescita superiore al 50% di ricavi o occupazione;
  • un rafforzamento patrimoniale accompagnato da maggiori investimenti in R&D;
  • ottenimento di almeno un brevetto.

Il concetto cambia. Non basta più essere nati innovativi. Dopo alcuni anni bisogna dimostrare di stare evolvendo.

Per le scaleup si può arrivare fino a nove anni

La normativa prevede inoltre un’estensione ulteriore per le aziende che stanno entrando nella fase di scaleup.

La permanenza nella sezione speciale può essere prorogata per due ulteriori periodi di due anni, arrivando quindi potenzialmente fino a nove anni complessivi, se vengono rispettati requisiti particolarmente stringenti.

Tra questi figurano:

  • un aumento di capitale superiore a 1 milione di euro effettuato da un organismo di investimento collettivo;
  • oppure una crescita dei ricavi superiore al 100% annuo.

È un cambio culturale importante nella normativa italiana. La startup non viene più definita soltanto dall’età. Viene progressivamente valutata sulla capacità di crescere.

In Italia le startup innovative sono circa 11.500

Il cambiamento riguarda un ecosistema tutt’altro che irrilevante.

Gli elenchi ufficiali del Registro delle imprese indicano attualmente circa 11.500 startup innovative in Italia.

Il Veneto ne conta circa 560-570, a seconda dell’aggiornamento settimanale del database.

Nel 2025 il numero complessivo delle startup innovative era rimasto sostanzialmente stabile: al 31 ottobre risultavano 12.073 aziende, appena lo 0,5% in meno rispetto alla fine del 2024.

Il Veneto aveva registrato una diminuzione di 51 startup innovative, una delle contrazioni assolute più elevate tra le regioni italiane.

Il calo successivo del numero complessivo è anche collegato alla nuova disciplina più selettiva.

E questo rende la revisione di Smart&Start ancora più importante.

Più meritocrazia o più barriere?

Qui arriva il punto realmente discutibile. Il nuovo sistema può essere letto in due modi.

La prima lettura è positiva. In Italia abbiamo spesso utilizzato la parola “startup” per imprese che rimanevano piccole per molti anni senza dimostrare particolare crescita.

Chiedere dopo il terzo anno più R&D, brevetti, capitale o crescita dei ricavi può contribuire a concentrare benefici e incentivi sulle aziende realmente dinamiche.

La seconda lettura è più critica. Non tutte le startup crescono con la stessa velocità. Deep-tech, biotech, hardware e settori regolamentati possono avere cicli di sviluppo molto più lunghi rispetto al software.

Un criterio eccessivamente legato alla crescita rapida rischia quindi di penalizzare progetti tecnologicamente validi che necessitano semplicemente di più tempo prima di arrivare sul mercato.

È qui che il regolamento attuativo e soprattutto l’applicazione concreta faranno la differenza.

Smart&Start deve evitare di finanziare “startup da bando”

Il punto strategico rimane comunque un altro.

Smart&Start ha senso se svolge una funzione di ponte tra tecnologia e mercato. Non se diventa il mercato.

Una startup dovrebbe utilizzare il finanziamento pubblico per sviluppare tecnologia, assumere persone, realizzare prototipi e arrivare più rapidamente ai clienti.

Poi dovrebbe progressivamente essere finanziata da:

  • ricavi;
  • venture capital;
  • business angel;
  • corporate;
  • fondi.

È per questo che la conversione del finanziamento in fondo perduto quando arriva nuovo equity privato è probabilmente la parte più interessante dell’intero meccanismo.

Trasforma il capitale pubblico in una leva per attrarre capitale di mercato.

Il giudizio: complessivamente meglio, ma serve misurarlo

EconomyUp valuta il nuovo regolamento complessivamente positivo, pur sottolineando che una parte importante dell'effetto reale dipenderà dalla circolare attuativa e dall'applicazione operativa. È una lettura condivisibile. Il nuovo Smart&Start appare più coerente con quello che dovrebbe essere l'obiettivo di una politica pubblica per le startup: non mantenere artificialmente in vita il maggior numero possibile di imprese. Ma aiutare quelle con maggiore potenziale a superare la fase nella quale capitale privato e mercato non sono ancora sufficienti. Il test arriverà però dai numeri. Quante domande verranno approvate? Per una panoramica più ampia, puoi leggere anche gli incentivi per le startup italiane.

Quanto diminuiranno i tempi di valutazione?

Quanti finanziamenti verranno convertiti in equity-related grant?

Quanto capitale privato verrà attivato per ogni euro pubblico?

Quante startup finanziate saranno ancora operative dopo cinque anni?

Quante supereranno 10, 50 o 100 milioni di fatturato?

Perché il successo di Smart&Start non dovrebbe essere misurato contando quante startup ricevono un finanziamento.

Dovrebbe essere misurato contando quante, dopo quel finanziamento, riescono a non averne più bisogno.

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