Il venture capital italiano investe 404 milioni di euro nel primo semestre 2026, l’11% in meno rispetto a un anno fa, ma il numero delle operazioni scende ancora più velocemente: -20%, a quota 188. Significa meno startup finanziate e più capitale concentrato su ciascun investimento. Ma il segnale più preoccupante arriva un passo prima: la raccolta complessiva dei fondi italiani di private equity e venture capital precipita del 60%, da 1,7 miliardi a 674 milioni. Il rischio non riguarda soltanto le startup che cercano capitale oggi, ma quelle che dovranno cercarlo nei prossimi anni.
Il venture capital italiano non si è fermato. Sta diventando più stretto. Nel primo semestre 2026 gli operatori censiti da AIFI e PwC Italia hanno realizzato 188 investimenti di venture capital, il 20% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Il capitale investito è invece diminuito meno rapidamente: 404 milioni di euro, -11%. Mettendo insieme i due numeri emerge la prima trasformazione del mercato. Meno operazioni. Più capitale medio per ciascuna operazione. L’importo medio implicito passa infatti da circa 1,9 a 2,1 milioni di euro, con un incremento vicino al 12%.
Non significa necessariamente che il venture capital italiano stia peggiorando. Può essere anche un segnale di maturazione. Il problema è capire chi rimane fuori.
Meno scommesse, più selezione
Quando il numero delle operazioni diminuisce più velocemente del capitale investito, significa che gli investitori stanno concentrando maggiormente le proprie risorse.
È una dinamica razionale. In un mercato più incerto, i fondi tendono a privilegiare startup che abbiano già dimostrato qualcosa: prodotto, clienti, ricavi, tecnologia, capacità di execution. Ma il venture capital ha una caratteristica particolare. Per trovare poche grandi aziende bisogna normalmente finanziare molte piccole aziende.
Ed è qui che la concentrazione può diventare problematica.
Se diminuiscono soprattutto gli investimenti nelle fasi pre-seed e seed, non si riduce soltanto il numero di startup finanziate oggi. Si restringe il bacino dal quale dovrebbero emergere le scaleup di domani. È un effetto che non compare immediatamente nei dati. Lo si vede qualche anno dopo.
Il venture capital continua a fare molti deal, ma vale solo l’8% del capitale
Il fenomeno diventa ancora più evidente osservando l’intero mercato italiano del private capital. Nel primo semestre sono stati investiti complessivamente 5,085 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con l’anno precedente.
A prima vista, quindi, il mercato sembra tenere. Ma sotto il dato aggregato la distribuzione è molto diversa.
Il venture capital genera quasi due operazioni su tre, ma rappresenta soltanto circa l’8% del capitale investito. La maggior parte delle risorse continua ad andare altrove. Il buyout ha assorbito circa 3,3 miliardi di euro, in crescita del 20%. Le infrastrutture hanno raccolto circa 1,1 miliardi, in diminuzione del 35%.
Il venture capital rimane quindi fondamentale per numero di imprese coinvolte, ma piccolo in termini di capitale.
Sette operazioni valgono quasi il 60% dell’intero mercato
C’è poi un secondo fenomeno di concentrazione. Non riguarda soltanto le startup. Riguarda tutto il private capital italiano. Nel primo semestre 2026 appena sette operazioni superiori a 150 milioni di euro hanno assorbito 3,027 miliardi. Quasi il 60% di tutti i capitali investiti nel semestre.
Un anno prima le grandi operazioni rappresentavano meno della metà.
Se togliamo questi sette deal, il quadro cambia sensibilmente. Gli investimenti small e medium scendono da circa 2,73 miliardi a 2,06 miliardi. Quasi il 25% in meno. È una distinzione importante.
Dire che il mercato italiano del private capital è rimasto stabile intorno ai 5,1 miliardi è corretto. Ma non significa necessariamente che sia rimasta invariata la quantità di capitale disponibile per una PMI, una startup o un’impresa in crescita.
Pochi grandi assegni possono tenere alto il totale mentre il mercato sottostante si restringe.
404 milioni oppure 679? I numeri non sono sbagliati
C’è poi un’apparente contraddizione da chiarire. Negli ultimi mesi sono circolati numeri molto differenti sul venture capital italiano. AIFI-PwC parla ora di 404 milioni. Il Venture Capital Monitor VeM aveva indicato 679 milioni investiti nelle startup italiane. Aggiungendo le società estere fondate da italiani, il valore arrivava a 917 milioni. Growth Capital e Italian Tech Alliance avevano invece calcolato 813 milioni.
Qual è quello corretto?
Tutti, all’interno del proprio perimetro. Le metodologie sono differenti. AIFI-PwC utilizza la piattaforma European Data Cooperative e prende come riferimento il closing, considerando equity e quasi-equity effettivamente investiti dagli operatori che rientrano nella propria definizione di private capital. VeM utilizza invece il signing e considera l’intero ammontare impegnato dagli investitori presenti nel round. Growth Capital-Italian Tech Alliance utilizza ancora un altro perimetro, comprendendo startup italiane e società estere con founder italiani e una significativa presenza occupazionale nel Paese, oltre al crowdfunding monitorato. Per un confronto, leggi i dati del Venture Capital italiano nel primo trimestre 2024.
Confrontare direttamente 404 e 813 milioni sarebbe quindi sbagliato. Ma c’è un dato sul quale le rilevazioni convergono: il numero delle operazioni sta diminuendo e il capitale si sta concentrando.
Ed è questo il segnale economicamente più importante.
Nel 2025 il venture capital aveva raggiunto 1,35 miliardi
Il confronto con lo scorso anno rende evidente quanto dovrà accelerare il mercato nella seconda parte del 2026. Secondo il perimetro AIFI-PwC, nel 2025 il venture capital aveva totalizzato 1,349 miliardi di euro attraverso 568 investimenti.
Il secondo semestre era stato decisamente più forte del primo: circa 895 milioni e 332 operazioni. I 404 milioni dei primi sei mesi del 2026 rappresentano quindi meno di un terzo del capitale investito nell’intero 2025.
Questo non permette ancora di prevedere come finirà l’anno.
Il venture capital è un mercato irregolare e pochi round importanti possono cambiare rapidamente il dato aggregato. Ma significa che il secondo semestre dovrà essere molto più dinamico se il 2026 vorrà avvicinarsi ai livelli dello scorso anno.
Il vero campanello d’allarme: raccolta -60%
C’è però un numero ancora più importante dei 404 milioni. 674 milioni di euro. È quanto hanno raccolto complessivamente gli operatori italiani di private equity e venture capital nei primi sei mesi del 2026, includendo anche circa 100 milioni provenienti dalle case madri.
Un anno prima erano 1,703 miliardi. Il calo è del 60%. E qui bisogna evitare un equivoco. Questi 674 milioni non sono soldi raccolti dalle startup. Sono capitali che investitori istituzionali, fondi pensione, family office, banche, assicurazioni e altri soggetti hanno affidato ai gestori di private capital.
Sono, in altre parole, una parte del carburante che alimenterà gli investimenti futuri.
La raccolta indipendente – escludendo quindi il capitale proveniente dalle case madri – è passata da 1,245 miliardi a 574 milioni. -54%. Anche il numero di operatori che hanno raccolto capitale è diminuito: da 29 a 21.
Il 96% dei capitali arriva dall’Italia
C’è un altro numero che merita attenzione. Il 96% della raccolta indipendente proviene da investitori italiani. Nel primo semestre 2025 era l’85%. La lettura non deve essere semplicistica. Avere investitori domestici disponibili a finanziare fondi italiani è positivo.
Ma una percentuale così elevata mostra anche quanto sia ancora limitata la capacità dei gestori italiani di attrarre capitale internazionale. Ed emerge un paradosso. Sul fronte degli investimenti complessivi di private capital, gli operatori internazionali generano il 72% degli ammontari.
Sul fronte della raccolta dei gestori italiani, invece, il capitale estero è quasi assente. L’Italia riesce quindi ad attirare grandi investitori stranieri sulle proprie aziende. Molto meno a convincere gli investitori stranieri ad affidare capitale ai propri gestori.
Sono due cose profondamente diverse.
Fondi pensione e casse diventano il primo investitore
Una novità positiva arriva invece dagli investitori previdenziali. Fondi pensione e casse di previdenza rappresentano il 29% della raccolta indipendente, pari a circa 164 milioni di euro. Seguono:
- investitori individuali e family office, 17%;
- settore pubblico e fondi di fondi istituzionali, 13%;
- banche, 11%;
- assicurazioni, 11%.
È un cambiamento importante per un Paese nel quale da anni si discute della necessità di mobilitare maggiormente il capitale istituzionale verso l’economia reale. Ma anche qui serve una precisazione.
Quei 164 milioni non sono tutti destinati alle startup. La raccolta riguarda l’intero universo del private capital. E soltanto il 31% dei capitali raccolti ha come target l’early stage. Il 59% è destinato al buyout.
Anche il capitale per crescere si restringe
Il problema non riguarda soltanto chi sta creando una startup.
Nel semestre diminuisce fortemente anche l’expansion capital, cioè gli investimenti di minoranza destinati ad aziende già avviate che vogliono finanziare la crescita. Il valore scende a 92 milioni di euro. -66%. Le operazioni sono appena 13. -57%.
Tecnicamente non è venture capital. Ma per l’ecosistema dell’innovazione il segnale è importante. Una startup può riuscire a finanziare il prodotto e trovare i primi clienti. Poi arriva il momento più costoso. Assumere. Costruire una rete commerciale. Aprire nuovi mercati. Industrializzare. Internazionalizzare. È proprio in quella fase che il fabbisogno finanziario aumenta rapidamente.
Creare startup senza riuscire a finanziare la loro crescita significa rischiare di costruire aziende che, quando diventano interessanti, devono cercare altrove il capitale necessario per scalare.
E poi c’è il problema delle exit
Il venture capital non termina con un investimento. Deve esistere anche un modo per recuperare quel capitale. E possibilmente generare un rendimento.
Sul complesso del private equity e venture capital AIFI-PwC registra 76 disinvestimenti, il 7% in più. Ma il numero richiede un’altra lettura. Escludendo i write-off – cioè gli investimenti sostanzialmente persi – le operazioni scendono da 71 a 54. -24%. L’ammontare al costo storico delle partecipazioni cedute precipita inoltre del 57%, a 1,183 miliardi di euro.
La vendita a un’impresa industriale rimane il canale più frequente. Le cessioni da fondo a fondo rappresentano invece la maggioranza del valore. Il problema delle exit è particolarmente importante perché il venture capital funziona come un ciclo.
Un investitore raccoglie capitale. Lo investe. Fa crescere le aziende. Vende le partecipazioni. Restituisce capitale e rendimento ai propri sottoscrittori. Poi raccoglie un nuovo fondo.
Se l’ultima parte del ciclo rallenta, diventa più difficile alimentare la prima.
Per una startup veneta cosa cambia?
Il fenomeno riguarda direttamente anche l’ecosistema veneto. Per una startup di Padova, Verona, Vicenza o Treviso il problema non è necessariamente che domani non esisteranno più investitori.
Il capitale raccolto negli anni precedenti non scompare. I fondi dispongono di risorse già impegnate e normalmente le investono lungo diversi anni. Ma un mercato più selettivo cambia le condizioni. Un founder dovrà probabilmente dimostrare prima più elementi:
- clienti;
- ricavi;
- retention;
- margini;
- proprietà intellettuale;
- vantaggio tecnologico;
- possibilità concreta di scalare.
Il semplice “mercato enorme + idea interessante” vale sempre meno. E per gli ecosistemi territoriali questo pone una questione ulteriore. Non basta aumentare il numero delle startup. Bisogna aumentare la quantità di startup finanziabili.
Sono due obiettivi molto diversi.
Più capitale alle migliori startup può essere positivo
Non tutta la concentrazione, infatti, è negativa. Il venture capital italiano ha sofferto a lungo del problema opposto:
- fondi piccoli;
- round piccoli;
- startup sottocapitalizzate;
- difficoltà nel finanziare le società nelle fasi successive.
Se il mercato sta diventando più selettivo perché riesce finalmente a concentrare assegni più importanti sulle aziende migliori, può essere un segnale di maturazione. Una startup ambiziosa non ha bisogno semplicemente di trovare un investitore. Ha bisogno di trovare abbastanza capitale per competere.
Il problema nasce se, contemporaneamente, viene meno la base. Pochi seed significano meno aziende che arriveranno alla Serie A. Pochi round di crescita significano aziende promettenti che rischiano di fermarsi o cercare capitale all’estero. Poche exit significano meno capitale che torna agli investitori. Poco fundraising significa meno munizioni per il ciclo successivo.
È la combinazione di questi fenomeni, più che un singolo -11%, a meritare attenzione.
Il numero da osservare non è soltanto 404 milioni
Il primo semestre 2026 racconta quindi un mercato italiano del venture capital che sembra entrare in una fase diversa, lontana dall'anno record per i finanziamenti raccolti da startup e scaleup italiane da parte dei fondi di venture capital. Meno startup finanziate. Assegni mediamente più grandi. Maggiore selezione. Fundraising molto più debole. Non è necessariamente l'inizio di una crisi. E sei mesi sono troppo pochi per trasformare una fotografia in una tendenza definitiva, soprattutto in un settore nel quale pochi closing possono spostare centinaia di milioni.
Ma c’è una domanda che il secondo semestre dovrà iniziare a chiarire. Non quanto capitale riuscirà complessivamente a investire il venture capital italiano. Quello può essere gonfiato da pochi grandi round.
La domanda è più strutturale: quante nuove aziende riusciranno a entrare nella pipeline, quante verranno accompagnate nella crescita e quanto nuovo capitale riusciranno a raccogliere i fondi che dovranno finanziarle domani.
Perché un ecosistema venture non diventa forte quando finanzia una startup da 100 milioni. Diventa forte quando riesce a produrre continuamente abbastanza startup perché, prima o poi, qualcuna possa valerne cento volte tanto.