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Foodtech Incubator, da Verona 10 progetti per portare la ricerca agroalimentare sul mercato

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Dieci progetti, cinque aree tecnologiche e dieci settimane per provare a trasformare ricerca, brevetti e idee early-stage in imprese. Parte la seconda edizione di Foodtech Incubator, il programma di Italia Agrifood Innovation Hub sviluppato con Eatable Adventures. Il baricentro resta Verona, ma la selezione è nazionale. Dietro c’è una questione molto più grande dell’incubazione di dieci startup: ridurre la distanza che in Italia continua a separare università e industria in una filiera agroalimentare che vale fino al 15% del Pil e ha raggiunto circa 73 miliardi di euro di export nel 2025.

L’Italia non sembra avere un problema di ricerca. Ha, semmai, un problema nel trasformarla abbastanza velocemente in impresa.

È su questo passaggio che torna a scommettere Foodtech Incubator, il programma dedicato all’innovazione agroalimentare che apre la seconda edizione con l’obiettivo di selezionare fino a 10 progetti ad alto potenziale tecnico-scientifico.

La call è partita il 15 settembre 2026 e resterà aperta per sei settimane. Possono candidarsi ricercatori, spin-off universitari, startup e team imprenditoriali ancora nelle prime fasi di sviluppo.

Il programma è promosso da Italia Agrifood Innovation Hub (ITAIH) insieme a Eatable Adventures, acceleratore internazionale specializzato nel foodtech, con il sostegno dell’ecosistema costruito attorno all’Hub.

Verona rimane il punto di partenza. Ma l’ambizione, ormai, è nazionale.

Dalla ricerca al mercato: è qui che l’Italia perde velocità

I numeri citati da ITAIH fotografano bene il problema.

Secondo il report sull’agrifoodtech italiano utilizzato dall’Hub, il 42,2% delle startup del settore possiede già brevetti depositati, mentre soltanto il 17,6% delle tecnologie nasce dalla collaborazione diretta con le università.

Il capitale umano, almeno sulla carta, non manca: oltre il 90% dei founder è laureato e il 35,2% possiede un dottorato di ricerca.

Sono dati che raccontano un paradosso. Abbiamo competenze scientifiche elevate e proprietà intellettuale. Ciò che continua a essere più difficile è costruire il ponte che porta dal laboratorio al cliente. Perché una tecnologia può funzionare scientificamente senza essere ancora un prodotto.

Può avere un brevetto senza avere un mercato. Può essere tecnicamente eccellente senza avere un modello economico sostenibile.

Ed è precisamente nello spazio tra queste condizioni che opera un incubatore di trasferimento tecnologico.

Dieci settimane per trasformare tecnologia in business

I progetti selezionati entreranno in un percorso di 10 settimane, previsto tra novembre 2026 e febbraio 2027.

Il programma partirà con un bootcamp di due giorni all’Università di Verona e proseguirà attraverso formazione, mentorship, workshop e incontri con aziende e investitori.

La conclusione arriverà a febbraio con il Demo Day, quando i team presenteranno i propri progetti a imprese, investitori e partner dell’ecosistema agrifoodtech.

L’obiettivo non è semplicemente migliorare il pitch. È capire se una tecnologia possa diventare un’impresa. Significa affrontare proprietà intellettuale, modello di business, validazione industriale, scalabilità e accesso al mercato.

Per un progetto nato in università può essere il passaggio decisivo. La domanda smette di essere “funziona?” e diventa “qualcuno è disposto a comprarlo?”.

Cinque verticali, dall’agricoltura alla deep tech

La selezione copre cinque aree: agricoltura innovativa, ingredienti e prodotti next-gen, economia circolare e upcycling, biotech e nuovi processi produttivi, deep tech applicata alla filiera agroalimentare.

Il perimetro è volutamente ampio. Dentro possono rientrare tecnologie per la digitalizzazione dei campi, nuovi ingredienti, processi biologici, recupero degli scarti, sensoristica, automazione, robotica e altre soluzioni capaci di intervenire lungo la filiera.

È un’impostazione che riflette la trasformazione dell’agrifood. L’innovazione alimentare non riguarda più soltanto ciò che arriva nel piatto.

Riguarda come coltiviamo, trasformiamo, conserviamo, controlliamo e distribuiamo il cibo.

Il settore vale fino al 15% del Pil

La dimensione economica spiega perché il trasferimento tecnologico nell’agrifood non sia un tema marginale.

Secondo ISMEA, considerando l’intera filiera dal campo alla tavola, l’agroalimentare arriva a rappresentare circa il 15% del Pil italiano.

Nel 2025 l’export agroalimentare ha raggiunto circa 73 miliardi di euro, in crescita del 5% sull’anno precedente. Il valore aggiunto dell’agricoltura è arrivato a circa 46 miliardi, quello dell’industria alimentare a 43 miliardi.

Parliamo quindi di una delle grandi industrie del Paese. Ed è proprio questa dimensione a rendere particolarmente importante l’innovazione.

Anche un miglioramento apparentemente marginale nella produttività agricola, nella shelf life, nell’utilizzo delle materie prime, nel consumo energetico o nella valorizzazione degli scarti può diventare significativo quando viene applicato su larga scala.

Il vero problema è arrivarci.

La prima edizione: 78 candidature da 13 regioni

Foodtech Incubator non parte da zero. La prima call aveva raccolto 78 candidature provenienti da 13 regioni italiane, molte delle quali arrivate da università, centri di ricerca e gruppi di ricercatori. Alla fine erano stati selezionati 10 progetti.

Tra le tecnologie entrate nel percorso c’erano sistemi intelligenti per le serre basati su sensori e robotica, soluzioni per trasformare oli vegetali in oleogel, tecnologie per recuperare polifenoli dagli scarti della lavorazione dell’olio e processi non termici ad alta pressione per aumentare la durata degli alimenti freschi.

È interessante soprattutto la provenienza delle candidature. Perché dimostra che la ricerca esiste. La domanda è quanta di quella ricerca riesca poi a superare la fase sperimentale.

Da Verona nasce una piattaforma nazionale

Anche l’organizzazione che sta dietro all’incubatore è cambiata. Il Verona Agrifood Innovation Hub, nato tre anni fa, è diventato nel giugno 2026 Italia Agrifood Innovation Hub. Il passaggio non è soltanto nominale.

L’obiettivo è trasformare l’esperienza veronese in una piattaforma nazionale capace di collegare università, startup, imprese, investitori e territori.

La rete vede la collaborazione di Fondazione Cariverona ed Eatable Adventures, il patrocinio di Federalimentare e il contributo scientifico, tra gli altri, dell’Università di Padova, Università di Verona, Università di Foggia e Best4Food dell’Università Milano-Bicocca, oltre a Confagricoltura Verona.

Il modello prova quindi a mettere insieme due risorse che in Italia spesso procedono parallelamente: chi produce conoscenza e chi deve trasformarla in prodotto.

C’è anche un divario geografico da colmare

Il trasferimento tecnologico italiano presenta inoltre una forte asimmetria territoriale. Secondo i dati richiamati da ITAIH, oltre il 70% degli spin-off universitari italiani è concentrato nel Centro-Nord. Al Sud, però, si trova circa il 44% delle imprese agricole italiane.

È uno squilibrio particolarmente rilevante proprio nell’agrifood.

Per questo ITAIH punta a mantenere un presidio centrale a Verona ma contemporaneamente a estendere la rete verso il Mezzogiorno. Se funziona, il modello può assumere un ruolo diverso da quello di un tradizionale incubatore locale.

Verona diventa l’hub. Le tecnologie possono arrivare da tutta Italia.

Il vero KPI non sarà il numero di startup incubate

Rimane però una questione fondamentale. Selezionare dieci progetti non significa aver prodotto dieci nuove imprese. E organizzare un Demo Day non significa aver realizzato trasferimento tecnologico.

Il successo della seconda edizione andrà misurato più avanti. Quanti dei progetti costituiranno effettivamente una società? Quanti riusciranno a raccogliere capitale? Quanti brevetti verranno industrializzati? Quanti progetti firmeranno accordi con aziende? Quanti arriveranno a una sperimentazione industriale? E soprattutto: quanti produrranno ricavi?

Sono questi gli indicatori che permetteranno di capire se il ponte tra ricerca e industria sta realmente funzionando.

La prima edizione ha dimostrato che la domanda esiste: 78 candidature per 10 posti significano che quasi sette progetti su otto sono rimasti fuori dalla selezione.

La seconda dovrà dimostrare qualcosa di più difficile. Che almeno una parte delle tecnologie selezionate può uscire dal laboratorio e diventare business. rché l’Italia non ha bisogno soltanto di produrre più ricerca.

Ha bisogno di imparare a trasformare più ricerca in industria.

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