Una ricerca dell’Università di Padova su 524 studenti rivela un potenziale imprenditoriale ancora poco valorizzato: il 33% ha già immaginato un’attività e il 65% vorrebbe formarsi per avviarla. Tra le ragazze, però, soltanto il 17% guarda con interesse all’imprenditoria, contro il 44% dei ragazzi. La sfida per il territorio è trasformare le aspirazioni in nuove imprese.
Il futuro dell’imprenditoria veneta potrebbe essere già nelle aule delle scuole superiori. Non necessariamente tra gli studenti che hanno deciso di seguire l’attività di famiglia, ma anche tra ragazze e ragazzi che immaginano prodotti, servizi e iniziative ancora da realizzare. A Padova, uno studente su tre dichiara di avere già un’idea imprenditoriale. E quasi due su tre sarebbero interessati a un percorso formativo per capire come trasformarla in un’attività economica.
Sono i risultati principali di “Generazione Z e Generazione impresa”, la ricerca promossa dal Comitato Imprenditoria Giovanile della Camera di Commercio di Padova e realizzata da Farestat, il centro di consulenza del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova. I risultati sono stati presentati il 12 ottobre 2026 al Centro culturale San Gaetano, durante Espresso Talks, iniziativa dedicata ai giovani imprenditori e a chi potrebbe diventarlo.
La fotografia che emerge è incoraggiante, ma tutt’altro che priva di contraddizioni. Le idee non mancano. A pesare sono la percezione dei rischi, la responsabilità di gestire un’attività e, soprattutto, una marcata differenza tra ragazze e ragazzi nella propensione a scegliere una carriera imprenditoriale.
La ricerca: 524 studenti di 13 scuole
L’indagine ha coinvolto 524 studenti degli ultimi anni delle scuole secondarie di secondo grado, appartenenti a 13 istituti tra licei, scuole tecniche e professionali. Undici istituti si trovano a Padova e provincia, con oltre 460 partecipanti; gli altri due sono situati fuori regione.
È una precisazione metodologica importante: i risultati descrivono le risposte degli studenti coinvolti e non possono essere automaticamente estesi a tutti i giovani padovani o veneti. All’interno del campione, il 33% afferma di avere già un’idea per un’attività imprenditoriale.
Applicando questa percentuale ai 524 intervistati, si ottengono circa 173 studenti. È una stima aritmetica, utile a comprendere la dimensione del fenomeno, non un conteggio esatto delle risposte. Ancora più significativa è la domanda di formazione: il 65% vorrebbe partecipare a un percorso dedicato a chi intende avviare un’impresa. In termini indicativi, si tratta di circa 341 studenti.
Il dato suggerisce che l’interesse verso l’imprenditorialità non si esaurisce nella disponibilità di un’idea. Esiste anche una richiesta di strumenti per valutarla, svilupparla e comprenderne le implicazioni economiche.
Avere un’idea non significa aver avviato un’impresa
Tra gli studenti che dichiarano di avere un progetto imprenditoriale, il 20% sostiene di aver già iniziato a renderlo concreto. È una quota che va letta correttamente: riguarda soltanto chi possiede un’idea, non l’intero campione.
Se applicata al 33% che ha già immaginato un’attività, corrisponde indicativamente al 6,6% degli intervistati, cioè circa 35 studenti su 524. Non significa che queste persone abbiano già costituito un’azienda o aperto una partita IVA. La ricerca parla di primi passi verso la realizzazione dell’idea, senza equipararli necessariamente all’avvio formale di un’impresa.
La distanza tra intenzione e realizzazione è uno dei punti centrali dell’indagine. Un giovane può avere un’intuizione interessante, ma non sapere come verificarne il mercato, calcolare i costi, individuare clienti o accedere a un finanziamento.
È in questa fase che la formazione può fare la differenza. Non tanto insegnando a tutti a diventare imprenditori, quanto offrendo strumenti per capire se un’idea possiede le condizioni per trasformarsi in un’attività sostenibile.
Il divario di genere: 17% delle ragazze contro 44% dei ragazzi
Il risultato più critico riguarda la differenza tra studentesse e studenti. Soltanto il 17% delle ragazze considera interessante un futuro nell’imprenditoria, contro il 44% dei ragazzi. La distanza è di 27 punti percentuali.
Nel campione, quindi, la quota di ragazzi attratti dalla prospettiva imprenditoriale è oltre due volte e mezzo quella delle ragazze. È una differenza troppo ampia per essere trattata come un elemento secondario.
La ricerca non consente, da sola, di stabilire quali fattori la determinino. Possono entrare in gioco modelli professionali, aspettative sociali, esperienze familiari, percezione del rischio e fiducia nelle proprie capacità.
Ma il risultato pone una questione concreta per le istituzioni e le organizzazioni che promuovono l’imprenditorialità. Se metà della popolazione giovanile percepisce la creazione d’impresa come un percorso molto meno accessibile, il territorio rischia di non valorizzare una parte importante del proprio potenziale imprenditoriale.
Laura Sposato, presidente del Comitato Imprenditoria Giovanile, ha richiamato l’importanza di valorizzare modelli femminili capaci di rendere più visibile e riconoscibile questa possibilità professionale. Il tema non riguarda soltanto la rappresentanza. Riguarda anche la capacità di mostrare, attraverso esperienze concrete, come si costruisce un’impresa e quali percorsi possono renderla sostenibile.
Anche la fiducia nel lavoro è diversa
Il divario tra ragazze e ragazzi non riguarda esclusivamente la volontà di fare impresa. Alla domanda sulla fiducia nelle proprie capacità occupazionali, risponde positivamente il 60% delle studentesse, contro il 72% degli studenti. La differenza è di 12 punti percentuali.
È un dato distinto dalla propensione imprenditoriale, ma contribuisce a descrivere una percezione differente delle opportunità professionali. Le ragazze mostrano invece una maggiore apertura verso un’esperienza all’estero: 65% contro il 55% dei ragazzi. Questo non dimostra che le studentesse intendano necessariamente lasciare l’Italia o che il desiderio di mobilità derivi dalla minore propensione imprenditoriale.
Indica, però, che una parte consistente delle giovani intervistate guarda anche oltre il proprio territorio per immaginare il futuro professionale. Per un’economia come quella veneta, che ha bisogno di competenze e ricambio generazionale, è un segnale da osservare con attenzione.
Il 70% cerca equilibrio tra lavoro e vita privata
L’indagine restituisce anche un’immagine dell’imprenditorialità diversa da quella tradizionalmente associata al sacrificio personale e alla disponibilità continua. Per circa il 70% degli intervistati, l’equilibrio tra vita privata e lavoro rappresenta una priorità.
Su questo punto non emergono differenze rilevanti tra ragazze e ragazzi. È un dato che merita attenzione soprattutto in un territorio nel quale molte imprese sono cresciute attraverso il coinvolgimento diretto e prolungato delle famiglie imprenditoriali. Per le nuove generazioni, la possibilità di costruire un’attività economica sembra dover convivere con un’altra aspirazione: mantenere il controllo sul proprio tempo.
Non è necessariamente una contraddizione. Un’impresa ben organizzata può offrire autonomia, ma avviare un’attività comporta anche periodi di lavoro intenso, incertezza e responsabilità difficili da prevedere.
La sfida è quindi presentare l’imprenditorialità in modo realistico, senza idealizzarne né i benefici né i sacrifici.
Guadagno, creatività e autonomia: che cosa attrae i giovani
Tra gli elementi che rendono interessante l’idea di fare impresa, il 40% degli intervistati indica la possibilità di crescita economica. Seguono la creatività, citata dal 17%, e la disponibilità di tempo per sé, indicata dal 14%.
Il guadagno rimane dunque un incentivo importante, ma non è l’unico. Una parte degli studenti associa l’imprenditorialità alla possibilità di sviluppare progetti personali e organizzare autonomamente il proprio lavoro. Questa combinazione di motivazioni è significativa per chi progetta iniziative di orientamento.
Presentare la creazione d’impresa soltanto come un’opportunità per guadagnare di più rischia di non intercettare tutte le aspirazioni. Per molti giovani, l’interesse potrebbe nascere anche dalla possibilità di realizzare qualcosa di proprio, risolvere un problema o trasformare una competenza in un servizio.
Le paure: responsabilità, rischi e reddito incerto
Le ragioni che frenano gli studenti sono altrettanto concrete. Il 27% indica tra i principali timori le responsabilità legate alla gestione di un’impresa. Il 26% teme i rischi non controllabili, mentre il 19% segnala l’assenza di uno stipendio fisso. Sono preoccupazioni comprensibili, soprattutto per chi non ha ancora maturato esperienze professionali.
Avviare un’attività comporta decisioni economiche, obblighi amministrativi, relazioni con clienti e fornitori e la possibilità di non raggiungere i risultati previsti.
Ma proprio per questo la formazione imprenditoriale dovrebbe affrontare anche gli aspetti meno attraenti del fare impresa. Un percorso efficace non può limitarsi a incoraggiare la creatività. Deve insegnare a valutare i rischi, leggere un bilancio, stimare il fabbisogno finanziario e verificare la sostenibilità di un modello di business.
La fiducia imprenditoriale non si costruisce nascondendo i rischi, ma imparando a riconoscerli e gestirli.
Dalle idee alle imprese: il ruolo della formazione
Il dato del 65% di studenti interessati alla formazione offre un’indicazione operativa alle istituzioni. Esiste una domanda potenziale di percorsi capaci di collegare scuola, università e sistema produttivo. Non necessariamente servono programmi lunghi o complessi.
Possono essere utili laboratori nei quali gli studenti imparino a individuare un problema reale, confrontarsi con possibili clienti, costruire un primo modello economico e presentare la propria proposta. Anche il confronto con imprenditori e imprenditrici può contribuire a rendere meno astratta la prospettiva di avviare un’attività.
Per il Veneto, caratterizzato da una forte presenza di PMI e imprese familiari, questi strumenti potrebbero avere un’utilità ulteriore: avvicinare i giovani non soltanto alla creazione di startup, ma anche ai processi di innovazione e ricambio generazionale delle aziende esistenti.
Fare impresa, infatti, non significa esclusivamente fondare una società tecnologica. Può significare rilevare un’attività, sviluppare un nuovo servizio, introdurre un’innovazione in un settore tradizionale o dare continuità a un’azienda familiare.
Padova cresce, ma il ricambio imprenditoriale resta una sfida
Il contesto economico locale rende questi risultati ancora più interessanti. Secondo i dati Movimprese di InfoCamere e Unioncamere, nel 2025 in provincia di Padova sono state iscritte 5.048 nuove imprese, a fronte di 4.544 cessazioni, con un saldo positivo di 504 unità e un tasso di crescita dello 0,54%.
Il dato misura la dinamica complessiva delle imprese, non soltanto quelle giovanili. Nello stesso territorio, un’analisi diffusa da CNA Padova e Rovigo nel settembre 2026 ha evidenziato che 5.723 imprese individuali hanno un titolare di almeno 70 anni, pari al 12,4% delle ditte individuali provinciali.
Anche questi numeri non sono direttamente confrontabili con le intenzioni degli studenti, ma mostrano perché il ricambio imprenditoriale sia una questione concreta.
Da una parte ci sono aziende e attività che dovranno affrontare il passaggio generazionale. Dall’altra ci sono giovani che manifestano interesse verso l’imprenditorialità, ma chiedono competenze e strumenti per avvicinarsi a questa possibilità.
Collegare queste due esigenze potrebbe diventare una delle opportunità più interessanti per il sistema economico locale.
La sfida non è convincere tutti a diventare imprenditori
L’obiettivo delle iniziative di orientamento non dovrebbe essere aumentare a ogni costo il numero di studenti che dichiarano di voler aprire un’azienda. L’imprenditorialità è una scelta professionale che comporta rischi e responsabilità e non rappresenta necessariamente il percorso migliore per tutti.
Il risultato più utile sarebbe permettere a ogni giovane di valutare questa possibilità con maggiore consapevolezza. Per farlo servono informazioni accessibili, esempi concreti, competenze economiche di base e opportunità di sperimentazione. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata al divario di genere, perché una distanza di 27 punti percentuali nella propensione imprenditoriale segnala la necessità di approfondire gli ostacoli percepiti dalle studentesse.
Il confronto avviato a Padova può essere un primo passo. Durante Espresso Talks è stata infatti lanciata anche una raccolta di proposte da sottoporre al Dipartimento universitario, al Comitato Imprenditoria Giovanile e alla Camera di Commercio.
Il capitale imprenditoriale che il Veneto rischia di non utilizzare
La ricerca Farestat non misura quante startup nasceranno nei prossimi anni, né permette di prevedere il numero di imprese che saranno fondate dagli studenti intervistati. Racconta però qualcosa di importante: l’interesse per l’imprenditorialità esiste già prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Un terzo degli studenti possiede un’idea. Quasi due terzi chiedono formazione. E una parte di chi ha già un progetto sta iniziando a muovere i primi passi.
Il potenziale, dunque, non manca.La questione è capire se il sistema educativo, le istituzioni economiche e le imprese sapranno accompagnarlo. Perché un territorio non diventa più imprenditoriale semplicemente invitando i giovani a mettersi in proprio.
Lo diventa quando offre loro le condizioni per comprendere i mercati, sperimentare, confrontarsi con i rischi e accedere alle competenze necessarie.
La vera sfida per Padova non è generare più idee imprenditoriali. È evitare che quelle già presenti rimangano soltanto idee, soprattutto quando appartengono a giovani che oggi non riescono ancora a immaginarsi alla guida di un’impresa.
