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Artigianato veneto, 11mila imprese sono guidate da giovani: ora la sfida è non perdere quelle senza eredi

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In Veneto le imprese guidate da under 35 sono 33.827 e 11.072 sono artigiane: quasi una su tre. A Vicenza l’artigianato giovanile è cresciuto del 10,2% tra il 2021 e il 2025. Ma il problema corre nella direzione opposta: migliaia di aziende mature rischiano di non trovare un successore. Il nuovo Fondo Staffetta regionale parte da 400 mila euro. La vera sfida sarà trasformare il passaggio generazionale da questione familiare a mercato della continuità d’impresa.

Il Veneto non ha soltanto bisogno di creare nuove imprese. Deve evitare di perdere quelle che possiede già. È una distinzione importante perché dietro il dibattito sul ricambio generazionale si nasconde uno dei problemi più sottovalutati del sistema produttivo regionale.

Ogni anno imprenditori e artigiani arrivano all’età della pensione. Possiedono clienti, macchinari, fornitori, competenze tecniche, reputazione e spesso attività economicamente ancora sostenibili. Ma non sempre hanno un figlio disposto a continuare. La conseguenza può sembrare paradossale. Un’impresa può chiudere pur avendo ancora un mercato.

È proprio intorno a questo problema che i Giovani Imprenditori di Confartigianato Veneto hanno costruito il loro nuovo documento programmatico, chiedendo a istituzioni e sistema economico strumenti permanenti per accompagnare il trasferimento delle aziende.

Il primo passo è già arrivato. La Regione Veneto ha stanziato 400 mila euro per il cosiddetto Fondo Staffetta, destinato al passaggio generazionale. Ma il problema è molto più grande della dimensione iniziale del fondo.

In Veneto 11 mila imprese giovanili sono artigiane

Partiamo dai numeri. In Veneto risultano 33.827 imprese guidate da under 35. Di queste, 11.072 sono imprese artigiane. Significa il 32,7%. Praticamente un’impresa giovanile su tre appartiene ancora al mondo dell’artigianato.

È un dato che contraddice almeno in parte una delle rappresentazioni più frequenti degli ultimi anni: quella secondo cui le nuove generazioni sarebbero ormai completamente disinteressate ai mestieri artigiani e all’imprenditorialità tradizionale.

La situazione è più complessa. I giovani che scelgono di fare impresa esistono. E una parte molto consistente sceglie proprio l’artigianato. Il problema è creare le condizioni perché possano entrarvi, crescere e soprattutto raccogliere il patrimonio imprenditoriale lasciato dalla generazione precedente.

A Vicenza il 36% delle imprese giovanili è artigiano

Il fenomeno diventa ancora più evidente osservando Vicenza. La provincia conta 5.572 imprese giovanili. Quelle artigiane sono 2.007. Vale a dire il 36%.

Ancora più interessante è la dinamica. Tra il 2021 e il 2025 il numero delle imprese artigiane giovanili vicentine è cresciuto del 10,2%. Nello stesso periodo il totale delle imprese giovanili della provincia è diminuito dello 0,9%. Quindi, mentre l’imprenditorialità under 35 complessivamente ristagna, la componente artigiana cresce.

Non significa che il problema generazionale sia risolto. Significa però che raccontarlo semplicemente come una fuga dei giovani dal lavoro manuale rischia di portarci alla diagnosi sbagliata.

Il vero problema è trasferire l’impresa

Un’impresa artigiana non è soltanto una partita IVA. È un insieme di asset molto più difficile da misurare. Il rapporto con i clienti. La fiducia dei fornitori. La capacità di fare un preventivo. La conoscenza di una macchina. La soluzione imparata dopo vent’anni per risolvere un problema produttivo. Il nome costruito sul territorio. Le persone che lavorano nell’azienda.

Questo capitale spesso non compare completamente nel bilancio. Ma può rappresentare una parte enorme del valore dell’impresa. Ed è proprio ciò che rischia di scomparire quando il titolare chiude senza un successore.

Secondo i dati richiamati da Confartigianato, nel 2022 il 57,2% delle imprese venete interessate dal passaggio generazionale aveva incontrato ostacoli.

Tra i problemi principali figuravano:

  • assenza di eredi o successori interessati: 22%;
  • ostacoli burocratici, legislativi o fiscali: 16,9%;
  • difficoltà nel trasferimento delle competenze e delle relazioni con clienti e fornitori: 15,2%.

Quindi il problema non è soltanto trovare qualcuno disposto a comprare. È riuscire a trasferire ciò che rende quell’impresa realmente funzionante.

A Treviso 8 mila imprese potrebbero essere a rischio

La dimensione potenziale del fenomeno emerge con particolare forza nella Marca. Secondo una stima della CNA Treviso, circa 8 mila imprese della provincia rischiano di chiudere nei prossimi cinque anni per il pensionamento del titolare e l’assenza di un adeguato ricambio.

Su circa 76 mila imprese complessive significa poco più di una su dieci. La manifattura artigiana viene indicata tra i comparti maggiormente esposti.

C’è poi un altro dato significativo. L’80% degli imprenditori over 40 coinvolti nell’analisi dichiara di avere pensato alla successione. Ma circa la metà non avrebbe ancora intrapreso azioni concrete. È forse qui che si trova uno dei principali problemi. Il passaggio generazionale viene affrontato troppo tardi.

Un’azienda non si trasferisce in sei mesi

Trasmettere un’impresa non significa semplicemente andare dal notaio e trasferire le quote. Può richiedere anni. Il nuovo imprenditore deve conoscere:

  • clienti;
  • fornitori;
  • dipendenti;
  • banche;
  • tecnologie;
  • processi;
  • margini;
  • stagionalità;
  • rischi.

E soprattutto deve conquistare fiducia. Per questo l’idea della staffetta è interessante. Il vecchio imprenditore non dovrebbe necessariamente uscire il giorno in cui entra il nuovo. Potrebbe esistere un periodo nel quale i due lavorano insieme. Il senior trasferisce relazioni e conoscenza. Il giovane porta nuove competenze. Digitalizzazione. Organizzazione. Marketing. Tecnologia. Sostenibilità. Intelligenza artificiale. Non è soltanto successione. Può diventare trasformazione dell’impresa.

Il successore non deve necessariamente essere il figlio

Ed è forse questo il cambiamento culturale più importante. Per decenni il modello del Nordest è stato: padre → figlio. Ma la demografia rende questo schema sempre meno sufficiente. Le famiglie hanno meno figli. I figli possono avere interessi professionali differenti. Molti studiano o lavorano all’estero. Altri semplicemente non vogliono assumersi il rischio dell’impresa familiare.

Questo non significa che l’azienda debba chiudere. Il passaggio può diventare:

  • imprenditore senior → dipendente;
  • imprenditore senior → giovane esterno;
  • imprenditore senior → manager;
  • imprenditore senior → concorrente;
  • imprenditore senior → altra PMI.

In altre parole, il ricambio generazionale deve smettere di essere considerato esclusivamente un fatto familiare. Deve diventare anche un mercato della continuità d’impresa.

Unioncamere sta provando a costruire proprio questo mercato

Non è casuale che Unioncamere Veneto abbia avviato alla fine del 2025 il progetto Continuità d’impresa. L’obiettivo è mettere in contatto titolari di micro e piccole aziende prive di un naturale successore con aspiranti imprenditori e potenziali acquirenti.

È un passaggio concettualmente importante. Da una parte c’è un imprenditore che possiede un’azienda ma non qualcuno a cui lasciarla. Dall’altra può esserci un trentenne che vuole fare impresa ma non necessariamente partire da zero.

Metterli insieme può essere più efficiente che lasciare chiudere la prima azienda e finanziare successivamente la creazione della seconda. Perché acquistare un’impresa esistente significa poter partire con:

  • clienti;
  • fatturato;
  • dipendenti;
  • macchinari;
  • fornitori;
  • storia.

In molti casi il vero startup potrebbe essere proprio comprare un’azienda che esiste già.

Il Fondo Staffetta parte da 400 mila euro

La Regione Veneto ha intanto messo sul tavolo una prima dotazione di 400 mila euro. Il Fondo Staffetta dovrebbe sostenere il passaggio generazionale attraverso strumenti economici, consulenza e accompagnamento. L’assessore regionale allo Sviluppo economico Massimo Bitonci ha indicato l’intenzione di rendere lo strumento strutturale.

Confartigianato considera positivamente l’iniziativa, pur osservando che la dotazione iniziale difficilmente potrà produrre da sola un impatto significativo sulla dimensione del fenomeno.

Ed è probabilmente una valutazione realistica. Se soltanto a Treviso vengono indicate migliaia di imprese potenzialmente esposte al problema, 400 mila euro non possono essere la soluzione. Possono essere l’inizio dell’infrastruttura.

Il denaro è soltanto una parte del problema

Il passaggio generazionale ha infatti almeno quattro colli di bottiglia. Il primo è finanziario. Un giovane può voler acquistare un’attività redditizia senza possedere il capitale necessario. Il secondo è informativo. Dove trova le aziende che cercano un successore? Il terzo riguarda la valutazione. Quanto vale una piccola impresa nella quale una parte enorme del valore dipende ancora dal titolare? Il quarto è il trasferimento delle competenze. Se il vecchio imprenditore esce il venerdì e quello nuovo entra il lunedì, una parte del capitale immateriale rischia di sparire durante il weekend.

Per questo servono contemporaneamente:

  • credito;
  • garanzie;
  • marketplace;
  • advisor;
  • formazione;
  • valutazioni;
  • affiancamento.

Il Veneto è tra le regioni più favorevoli ai giovani. Eppure invecchia

C’è un altro apparente paradosso. Secondo l’Indice dei territori Youth Friendly 2025 elaborato da Confartigianato, il Veneto è terzo in Italia, dietro Lombardia ed Emilia-Romagna. L’indice regionale è pari a 680, il 17,4% sopra la media nazionale.

Quindi il territorio continua a offrire condizioni relativamente favorevoli ai giovani rispetto a gran parte del Paese. Ma contemporaneamente la struttura demografica si indebolisce. È questo il problema di fondo. Non basta rendere più attrattiva l’imprenditorialità. Bisogna fare i conti con una popolazione giovane numericamente più piccola.

E quindi con una competizione sempre maggiore per ogni giovane disponibile. Le imprese cercano dipendenti. Le università cercano studenti. Le aziende familiari cercano successori. Le startup cercano founder. E altri Paesi cercano gli stessi talenti.

Il giovane imprenditore è diventato una risorsa scarsa

Per anni abbiamo considerato le imprese come una risorsa scarsa e gli aspiranti imprenditori come potenziali candidati. La demografia potrebbe progressivamente invertire il rapporto.

Potremmo avere più aziende da trasferire che giovani disponibili a raccoglierle. E quando una risorsa diventa scarsa aumenta la competizione per attrarla. Significa che anche l’impresa dovrà diventare più interessante per il successore. Migliore organizzazione. Processi digitalizzati. Bilanci trasparenti. Minore dipendenza dal fondatore. Governance chiara. Tecnologia aggiornata. Possibilità di conciliare lavoro e vita privata.

Il ricambio generazionale, quindi, non obbliga soltanto il giovane ad adattarsi all’impresa. Obbliga anche l’impresa ad adattarsi al giovane.

Non bisogna salvare tutte le aziende

C’è infine una distinzione necessaria. Continuità d’impresa non significa mantenere artificialmente in vita qualsiasi attività. Alcune imprese non hanno più mercato. Altre hanno margini insufficienti. Altre ancora dipendono completamente dal lavoro personale del titolare e non possiedono un valore trasferibile significativo. Il capitale pubblico non dovrebbe impedire la normale selezione imprenditoriale.

La questione è diversa.

Evitare che chiudano aziende sane, con clienti, competenze e prospettive, semplicemente perché non è stato trovato in tempo qualcuno capace di continuarle. È una perdita economica molto diversa.

Il passaggio generazionale può diventare politica industriale

Il Veneto ha costruito una parte enorme della propria ricchezza attraverso migliaia di piccole imprese. Molte stanno arrivando contemporaneamente a un passaggio inevitabile. La prima generazione invecchia. La seconda non sempre entra. La terza spesso ha percorsi ancora differenti.

Il problema non riguarda quindi soltanto le famiglie imprenditoriali.

Riguarda occupazione, filiere, distretti, competenze e capacità produttiva del territorio. Un’impresa artigiana che chiude può significare cinque posti di lavoro persi. Ma può significare anche un fornitore in meno per una fabbrica più grande. Una lavorazione specialistica che scompare. Una competenza che deve essere acquistata all’estero. Un pezzo della supply chain che si indebolisce.

Per questo il ricambio generazionale dovrebbe essere considerato una forma di politica industriale.

La startup più intelligente potrebbe avere trent’anni

Siamo abituati a pensare all’imprenditorialità giovanile attraverso un’immagine precisa. Un ragazzo. Un computer. Un’idea. Una startup da costruire da zero.

Ma forse esiste un’altra strada.

Un giovane potrebbe rilevare un’impresa artigiana con trent’anni di storia. E poi trasformarla. Digitalizzare la produzione. Introdurre AI nella preventivazione. Vendere online. Internazionalizzare. Automatizzare. Costruire un nuovo marchio. Assumere. Crescere.

Il punto di partenza non sarebbe zero. Sarebbero trent’anni di clienti, competenze e reputazione. È qui che la staffetta generazionale può diventare qualcosa di più di un modo per evitare una chiusura. Può diventare un modello di nuova imprenditorialità. Perché il Veneto non deve scegliere tra tradizione e startup.

Può trasformare la propria tradizione in startup.

E forse, nei prossimi dieci anni, una delle migliori opportunità per un giovane che vuole fare impresa non sarà inventarne una nuova. Sarà trovare una buona azienda senza eredi e costruirne il secondo tempo.

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