Regione Veneto e Camera di Commercio di Padova preparano un accordo da 177.778 euro per mappare il patrimonio brevettuale degli atenei regionali e avvicinarlo alle imprese. L’obiettivo è coinvolgere almeno 200 aziende attraverso scouting, manifestazioni di interesse e incontri B2B con ricercatori, startup e spin-off. Il Veneto parte da una buona capacità inventiva, con 128 domande di brevetto europeo per milione di abitanti nel 2025. Il vero problema, però, non è produrre brevetti: è trasformarli in licenze, prodotti, startup e fatturato.
Il Veneto prova ad affrontare uno dei problemi più vecchi dell’innovazione italiana: ridurre la distanza tra ciò che viene inventato nelle università e ciò che arriva davvero sul mercato.
La Giunta regionale ha approvato la proposta di accordo tra Regione Veneto e Camera di Commercio di Padova per valorizzare il patrimonio brevettuale degli atenei regionali e favorirne il trasferimento verso le imprese.
La firma dell’intesa è annunciata come prossima.
Il progetto sarà realizzato con la Camera di Commercio e Venicepromex e prevede un investimento complessivo di 177.778 euro, dei quali 160mila finanziati dalla Regione e la parte restante dalla Camera di Commercio.
L’obiettivo dichiarato è coinvolgere almeno 200 imprese venete.
Non si tratterà soltanto di creare un catalogo.
Il programma prevede una mappatura dei brevetti sviluppati dalle università venete, attività di scouting delle aziende potenzialmente interessate, raccolta di manifestazioni di interesse e successivi incontri diretti tra domanda e offerta di tecnologia.
Sono previsti anche B2B personalizzati tra imprese e ricercatori, con il coinvolgimento di spin-off universitari e startup innovative.
Ed è proprio qui che si gioca il valore economico dell’iniziativa.
Il Veneto brevetta più della media italiana
Il territorio non parte da una situazione di debolezza sul fronte della capacità inventiva.
Secondo gli ultimi dati dell’European Patent Office, nel 2025 l’Italia ha depositato 4.767 domande di brevetto europeo, pari a 80,9 domande per milione di abitanti.
Il Veneto si colloca molto più in alto.
I dati regionali EPO indicano 128 domande per milione di abitanti, leggermente sotto la Lombardia, a 135, ma nettamente sopra la media nazionale.
Il confronto più interessante arriva dall’Emilia-Romagna, che nel 2025 ha raggiunto 229 domande per milione di abitanti, prima regione italiana per intensità brevettuale, con 1.022 richieste complessive.
Il Veneto, quindi, possiede già una discreta capacità di generare proprietà intellettuale.
Il problema è ciò che succede dopo il deposito del brevetto.
Il vero collo di bottiglia è trasformare il brevetto in mercato
Un brevetto, da solo, non produce innovazione economica.
Può rimanere per anni all’interno del portafoglio di un’università senza trovare:
- un’azienda che lo licenzi;
- un imprenditore che lo trasformi in prodotto;
- un investitore disposto a finanziarne l’industrializzazione;
- una startup che ne faccia il proprio vantaggio competitivo.
Ed è precisamente questo il punto debole del trasferimento tecnologico italiano.
Un’analisi della Banca d’Italia sui Technology Transfer Office mette in evidenza un divario significativo rispetto agli omologhi europei.
Gli uffici italiani considerati dispongono in media di circa 5,7 addetti equivalenti a tempo pieno, contro 11 nella rilevazione europea.
Gestiscono mediamente 60 famiglie brevettuali, contro 100.
Ma soprattutto stipulano mediamente appena 2,5-3 nuovi contratti di licenza o opzione sulla proprietà intellettuale, contro 7 dei TTO europei.
La differenza diventa ancora maggiore guardando al valore economico.
Una licenza italiana vale in media molto meno
Secondo la stessa analisi, il valore medio dei contratti di licenza o opzione sulla proprietà intellettuale dei TTO italiani è di circa 4.800 euro, contro circa 70mila euro in Europa.
I ricavi medi per ufficio derivanti da questi contratti sono nell’ordine di 100mila euro, contro circa 1,2 milioni nel campione europeo.
Naturalmente si tratta di medie costruite su università e sistemi molto differenti e non possono essere applicate automaticamente agli atenei veneti.
Ma mostrano bene il problema strutturale.
L’Italia produce conoscenza molto meglio di quanto riesca a monetizzarla.
E proprio per questo un progetto regionale che prova a mettere fisicamente in contatto brevetti e imprese ha senso soltanto se riesce a produrre contratti.
Padova ha già un portafoglio di proprietà intellettuale consultabile
L’Università di Padova dispone già di un database pubblico che raccoglie l’intero patrimonio di proprietà intellettuale del quale l’ateneo è titolare o contitolare, con elenchi dedicati a brevetti, modelli di utilità e marchi.
Il database dei brevetti risulta aggiornato al 25 agosto 2026.
Anche l’Università di Verona mette a disposizione una vetrina dei brevetti disponibili per licenza o cessione e aderisce a Knowledge Share, la piattaforma nazionale nata proprio per mettere in relazione tecnologie sviluppate dalla ricerca pubblica con imprese e investitori.
IUAV dispone a sua volta di un portafoglio di brevetti che comprende, tra gli altri, tecnologie antisismiche, dispositivi medicali e soluzioni progettuali.
Il problema quindi non è necessariamente che le tecnologie siano invisibili.
È che un database non genera automaticamente domanda industriale.
Le imprese spesso non cercano brevetti
Qui emerge una delle difficoltà principali del trasferimento tecnologico.
Una PMI raramente si sveglia la mattina pensando: “Quale brevetto universitario posso acquistare oggi?”
Parte invece da un problema.
Ridurre il consumo energetico.
Automatizzare una fase produttiva.
Sviluppare un materiale più leggero.
Migliorare un sensore.
Applicare Intelligenza Artificiale a un processo.
Ridurre uno scarto.
Aumentare la durata di un componente.
Per questo la mappatura dei brevetti da sola rischia di essere insufficiente.
Serve anche una mappatura dei bisogni tecnologici delle imprese.
Il trasferimento funziona quando si incontrano una tecnologia che cerca un’applicazione e un problema industriale che cerca una soluzione.
200 imprese: il numero conta relativamente
Il progetto indica come obiettivo minimo il coinvolgimento di 200 aziende.
È un target utile per misurare l’attività, ma non dovrebbe diventare il principale indicatore di successo.
Duecento imprese contattate non equivalgono a duecento trasferimenti tecnologici.
I KPI realmente interessanti saranno altri:
- quanti brevetti verranno presentati alle aziende;
- quanti incontri B2B nasceranno;
- quante manifestazioni di interesse si trasformeranno in negoziazioni;
- quante licenze o cessioni di brevetto verranno firmate;
- quante collaborazioni di ricerca nasceranno;
- quanti spin-off raccoglieranno capitale;
- quanti prodotti arriveranno sul mercato.
È questa la differenza tra un progetto di promozione e una vera politica industriale.
177mila euro sono pochi: può essere un vantaggio
Anche la dimensione economica dell’intervento merita una lettura particolare.
177.778 euro sono una cifra molto modesta rispetto ai budget dedicati alla ricerca e all’innovazione.
Proprio per questo il progetto può avere un rapporto costo-beneficio interessante.
Basterebbero poche operazioni di trasferimento tecnologico con un impatto industriale significativo per generare un valore economico potenzialmente superiore all’investimento iniziale.
Ma vale anche il contrario.
Se dopo la mappatura il risultato fosse soltanto un catalogo di brevetti, qualche evento e duecento aziende contattate, l’impatto sarebbe marginale.
Il valore dipenderà interamente dalla conversione.
La startup è una delle strade, non l’unica
Il progetto coinvolgerà anche startup innovative e spin-off universitari.
È una componente importante, ma il trasferimento tecnologico non deve necessariamente passare attraverso la nascita di una nuova società.
Un brevetto può essere:
- licenziato a una PMI esistente;
- ceduto a un grande gruppo;
- sviluppato attraverso una joint venture;
- portato sul mercato da uno spin-off;
- utilizzato all’interno di un progetto di ricerca congiunto.
Per un territorio come il Veneto, caratterizzato da migliaia di imprese manifatturiere, la prima strada potrebbe essere particolarmente interessante.
Una tecnologia universitaria può infatti diventare uno strumento per innovare un’azienda che esiste già, senza dover necessariamente creare l’ennesima micro-startup.
Il tema è anche trattenere i ricercatori
La Regione collega esplicitamente il progetto anche al problema della fuga di competenze.
L’assessore allo Sviluppo economico Massimo Bitonci ha indicato tra gli obiettivi quello di evitare che i ricercatori siano costretti a trasferirsi all’estero per trovare le condizioni necessarie a sviluppare le proprie tecnologie.
La questione è concreta.
Se una tecnologia sviluppata in un’università veneta viene industrializzata da un’impresa straniera, la ricerca può aver prodotto comunque un risultato scientifico e finanziario.
Ma una parte maggiore del valore economico — occupazione, produzione, ulteriori investimenti e competenze — verrà generata altrove.
Il vero trasferimento tecnologico territoriale dovrebbe quindi cercare di far sì che almeno una parte di quel valore rimanga nell’ecosistema che ha contribuito a produrre la conoscenza.
Dal brevetto al prodotto manca il capitale
C’è però un ulteriore pezzo della catena che il nuovo accordo, da solo, non può risolvere.
Tra un brevetto universitario e un prodotto industriale spesso esiste una fase chiamata proof of concept.
La tecnologia funziona scientificamente.
Ma deve essere:
- prototipata;
- testata;
- certificata;
- industrializzata;
- adattata alle esigenze del cliente.
Ed è spesso questa la fase nella quale servono capitali che né l’università né la PMI vogliono assumersi interamente.
Per questo una politica efficace di trasferimento tecnologico dovrebbe collegare tre mondi: università, imprese e capitale. Business angel. Venture capital. Corporate venture capital. Fondi deep-tech. Finanza agevolata.
Senza questo terzo elemento, anche un eccellente incontro tra ricercatore e imprenditore può fermarsi davanti al costo necessario per trasformare una tecnologia in prodotto.
Il Veneto non deve avere più brevetti. Deve usarne di più
È probabilmente questa la lettura più interessante del nuovo progetto.
Il Veneto non parte da zero.
Con 128 domande europee di brevetto per milione di abitanti, presenta un’intensità brevettuale sensibilmente superiore alla media italiana.
Possiede quattro università con strutture dedicate al trasferimento tecnologico.
Ha un tessuto industriale estremamente sviluppato.
Dispone di startup, spin-off e reti innovative regionali.
Gli ingredienti ci sono già.
Quello che spesso manca è il collegamento sistematico tra questi elementi.
Per questo il successo dell’accordo non andrà misurato contando quanti brevetti verranno messi in vetrina.
Andrà misurato contando quanti usciranno dalla vetrina.
Quanti diventeranno un macchinario.
Un dispositivo medicale.
Un nuovo materiale.
Un software.
Una startup.
Una licenza.
Un nuovo fatturato.
Perché brevettare significa proteggere un’invenzione.
Trasferirla significa trasformarla in economia.
Ed è soltanto nel secondo passaggio che la ricerca universitaria diventa davvero innovazione industriale.