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Vicenza digitale corre: imprese +19,3% in cinque anni, ma mancano le competenze

Il digitale cresce mentre il tessuto imprenditoriale complessivo si restringe. Nel Vicentino le imprese del comparto sono aumentate del 19,3% tra il 2020 e il 2025, contro il -4,6% dell’intera economia. Oggi sono 1.702 e occupano 6.415 persone. Il principale collo di bottiglia emerge però sul lavoro: delle 7.380 figure richieste con competenze digitali avanzate, 4.290 sono difficili da reperire.

Il digitale sta diventando una delle poche componenti del tessuto imprenditoriale vicentino capace di crescere con continuità anche mentre il numero complessivo delle aziende diminuisce.

Nel primo trimestre 2025 le imprese digitali della provincia di Vicenza sono aumentate del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La componente artigiana ha registrato un incremento dell’1%.

Ma è allargando l’orizzonte temporale che la distanza rispetto al resto dell’economia diventa evidente.

Tra il 2020 e il 2025 le imprese digitali vicentine sono cresciute del 19,3%, mentre nello stesso periodo il numero complessivo delle imprese della provincia è diminuito del 4,6%.

Anche nell’artigianato si osserva la stessa divergenza: +16,2% per le imprese digitali artigiane, contro il -4% dell’intero comparto artigiano.

Il dato racconta quindi qualcosa di più della semplice crescita dell’ICT: mentre una parte del tessuto imprenditoriale tradizionale si contrae, software, servizi informatici, cloud, dati e cybersecurity continuano ad attrarre nuove iniziative imprenditoriali.

A Vicenza 1.702 imprese digitali e oltre 6.400 addetti

Alla fine del primo trimestre 2026 in provincia risultano 1.702 imprese digitali, con complessivamente 6.415 addetti.

All’interno di questo ecosistema operano 314 imprese artigiane digitali, pari al 18,4% delle aziende del settore, che occupano 415 persone.

Il perimetro comprende attività molto diverse: software e videogiochi, programmazione, consulenza e assistenza informatica, cybersecurity, web development, telecomunicazioni, hosting, cloud computing, web scraping ed elaborazione dei dati.

Le attività artigiane sono però fortemente concentrate.

Ben 227 imprese, il 72,3% del totale, operano nella programmazione, consulenza informatica e attività connesse. Altre 87, pari al 27,7%, lavorano nelle infrastrutture informatiche, nell’elaborazione dati, nell’hosting e negli altri servizi informativi.

Particolarmente significativo è il peso dell’artigianato nel primo gruppo: raggiunge il 27,7% delle imprese, più del doppio rispetto alla media nazionale del 12,5%.

Il digitale artigiano cresce anche in Italia, ma Vicenza corre di più

Il fenomeno non riguarda soltanto il Vicentino.

A livello nazionale, alla fine del primo trimestre 2026 Confartigianato censisce 13.089 imprese artigiane digitali, con 19.483 addetti. Complessivamente l’economia digitale considerata dall’analisi conta 112.287 imprese e oltre 552mila addetti.

Tra il 2020 e il 2025 le imprese artigiane digitali italiane sono aumentate del 14,9%.

Il +16,2% registrato a Vicenza risulta quindi superiore anche alla dinamica nazionale.

E la provincia presenta una concentrazione relativamente elevata: le imprese artigiane digitali rappresentano l’1,4% dell’intero artigianato vicentino, contro l’1,1% nazionale. In Veneto soltanto Verona, con l’1,5%, presenta un’incidenza superiore.

Il paradosso: il settore cresce, ma non trova lavoratori

La crescita dell’offerta digitale incontra però un limite molto concreto: le competenze.

Nel 2025 le imprese vicentine hanno previsto 7.380 ingressi per i quali erano richieste a livello elevato competenze nelle tecnologie digitali avanzate.

Il riferimento non è soltanto all’Intelligenza Artificiale, ma a un insieme più ampio che comprende AI, cloud computing, Industrial IoT, data analytics, big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain.

Di queste 7.380 figure professionali, 4.290 sono risultate difficili da reperire.

Significa il 58,1%.

Più della media del Veneto, pari al 55,2%, e sensibilmente sopra quella italiana del 50,8%.

In altre parole, quasi sei professionalità digitali avanzate su dieci cercate dalle imprese vicentine non si trovano facilmente sul mercato.

Ed è probabilmente questo, più del numero delle nuove imprese, il dato economicamente più rilevante.

Padova e Treviso peggio di Vicenza

Il mismatch non riguarda soltanto Vicenza.

Tra le maggiori province venete considerate dall’analisi, Padova e Treviso raggiungono entrambe il 59,9% di difficoltà di reperimento.

Padova registra 5.120 entrate difficili da coprire, Treviso 4.650.

Vicenza segue con 4.290 e il 58,1%.

Il problema tende quindi a concentrarsi proprio in alcune delle aree a maggiore densità imprenditoriale e manifatturiera della regione.

E questo introduce una questione importante: la carenza di competenze digitali non riguarda esclusivamente le società ICT.

Una manifattura che introduce AI, automazione, cloud, sensoristica, analisi dei dati e sistemi connessi compete sullo stesso mercato del lavoro delle aziende tecnologiche.

Il risultato è una domanda di competenze che cresce più rapidamente dell’offerta.

Il 71,8% delle imprese italiane investe nella transizione digitale

Il mismatch diventa ancora più rilevante considerando quanto sia ormai diffusa la trasformazione tecnologica.

Secondo i dati Excelsior elaborati da Confartigianato, il 71,8% delle imprese italiane ha investito in almeno uno dei tre ambiti della transizione digitale: adozione delle tecnologie, integrazione digitale nell’organizzazione o sviluppo di nuovi modelli di business.

La percentuale raggiunge il 73,4% nei servizi e il 70,8% nella manifattura, utilities e costruzioni.

La questione non è quindi più stabilire se la digitalizzazione riguarderà le PMI.

Sta già accadendo.

La domanda diventa piuttosto chi realizzerà questa trasformazione, soprattutto nelle imprese di minori dimensioni che difficilmente possono costruire internamente grandi strutture IT.

L’AI Act aggiunge la sfida della compliance

Alla carenza di competenze si aggiunge poi il tema normativo.

Confartigianato Vicenza chiede in particolare di rendere più semplice per le PMI l’applicazione dell’AI Act europeo e di accompagnare lo sviluppo di modelli europei utilizzabili dalle piccole imprese, in grado di competere con le tecnologie statunitensi e cinesi.

È una questione tutt’altro che secondaria.

Per una grande impresa, affrontare compliance, governance dei dati e valutazione dei rischi significa spesso affidarsi a strutture interne specializzate.

Per una piccola azienda, gli stessi adempimenti possono diventare un costo proporzionalmente molto maggiore.

La competitività digitale delle PMI dipenderà quindi non soltanto dall’accesso alla tecnologia, ma dalla capacità di adottarla rispettando regole che stanno diventando più complesse.

Il vero collo di bottiglia non sembra essere la tecnologia

I dati vicentini mettono infine insieme due dinamiche apparentemente contraddittorie.

Da una parte abbiamo un settore digitale che in cinque anni cresce del 19,3%, mentre il numero complessivo delle imprese diminuisce.

Dall’altra abbiamo aziende che faticano a trovare quasi il 60% delle professionalità digitali avanzate di cui hanno bisogno.

Questo significa che il problema della trasformazione digitale potrebbe progressivamente spostarsi.

Software, cloud e strumenti di Intelligenza Artificiale stanno diventando più accessibili anche alle PMI. Le barriere economiche e tecnologiche all’ingresso tendono a ridursi.

Le competenze, invece, rimangono una risorsa scarsa.

Per Vicenza, provincia fortemente manifatturiera, il rischio è particolarmente evidente: avere imprese disponibili a investire e tecnologie disponibili sul mercato, ma non abbastanza persone capaci di collegare le due cose.

La crescita del settore digitale è quindi un buon segnale.

Ma il +19,3% delle imprese digitali conterà relativamente poco se il territorio non riuscirà contemporaneamente a ridurre quel 58,1% di professionalità difficili da trovare.

La prossima sfida non è soltanto creare più imprese digitali.

È creare abbastanza competenze perché il digitale possa entrare nelle migliaia di imprese che digitali non sono, ma che devono necessariamente diventarlo.

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