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Fuga di cervelli, l’Italia recupera talenti dall’estero. Ma il Veneto resta in negativo

Tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso oltre 78mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni, ma ne ha attratti quasi 88mila dall’estero. Il saldo complessivo è positivo per circa 9.600 unità. Il Veneto, però, non riesce ancora a chiudere il divario: considerando insieme uscite degli italiani e ingressi dei laureati stranieri, resta con un saldo negativo di 671 giovani qualificati.

L’Italia continua a perdere giovani laureati italiani, ma contemporaneamente sta attirando dall’estero un numero ancora maggiore di persone con un titolo universitario.

La fotografia elaborata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre sui dati migratori ribalta almeno in parte la tradizionale narrazione sulla “fuga dei cervelli”: tra il 2019 e il 2024 poco più di 78mila italiani laureati tra 25 e 34 anni hanno trasferito la residenza all’estero, mentre quasi 88mila giovani stranieri laureati della stessa fascia di età sono arrivati in Italia. Il saldo complessivo è quindi positivo per 9.593 unità.

Ma il risultato nazionale nasconde forti differenze territoriali. E per il Veneto la fotografia è meno favorevole.

Il Veneto perde ancora 671 giovani laureati

Nel quinquennio analizzato, infatti, il contributo dei laureati arrivati dall’estero non è stato sufficiente a compensare completamente l’uscita dei giovani italiani dal Veneto.

Il saldo complessivo regionale rimane negativo per 671 laureati. Anche Trentino-Alto Adige (-288) e Friuli-Venezia Giulia (-226) chiudono in rosso, mentre l’Emilia-Romagna registra un saldo positivo di 3.531 persone e porta l’intero Nord Est a +2.346.

È probabilmente questo il confronto più interessante.

Due regioni industriali confinanti, Veneto ed Emilia-Romagna, partono da strutture economiche comparabili, ma mostrano risultati molto diversi nella capacità netta di attrarre capitale umano qualificato.

La domanda quindi non riguarda soltanto quanti giovani veneti partono.

Riguarda quanto il territorio è capace di sostituirli attirando competenze dall’Italia e dall’estero.

Gli espatri dei laureati italiani sono cresciuti del 53,8%

Il problema della mobilità dei giovani qualificati rimane comunque consistente.

Nel 2019 le cancellazioni anagrafiche verso l’estero dei laureati italiani tra 25 e 34 anni erano 16.615. Nel 2024 sono diventate 25.552, con una crescita del 53,8%.

Considerando anche i rientri, il saldo migratorio dei giovani laureati italiani è peggiorato da -10.632 nel 2019 a -20.711 nel 2024.

Significa che l’Italia continua ad avere un problema di retention del talento nazionale, anche se contemporaneamente dimostra una capacità di attrazione internazionale maggiore di quanto spesso venga percepito.

Le due dinamiche non si annullano necessariamente sul piano economico.

Un laureato italiano che parte e un laureato straniero che arriva possono avere specializzazioni, esperienza, conoscenza linguistica e capacità di integrazione nel mercato del lavoro molto differenti. Il saldo numerico è quindi importante, ma non misura da solo la qualità del capitale umano guadagnato o perso.

Lombardia +9mila, Veneto ancora sotto zero

La distribuzione geografica mostra quanto l’attrattività sia concentrata.

Il Nord Ovest chiude con +12.817 giovani laureati, grazie soprattutto alla Lombardia, che da sola registra +9.076. Anche il Centro presenta un saldo positivo di 5.849, con Lazio a +3.286 e Toscana a +2.667.

Il Mezzogiorno registra invece una perdita superiore a 11mila laureati.

Il Veneto si colloca quindi in una posizione particolare: è una delle principali economie industriali italiane, presenta una domanda elevata di competenze qualificate, ma non riesce ancora a trasformare questa domanda in un saldo migratorio positivo tra i giovani laureati.

Ed è proprio qui che il dato incontra uno dei problemi già evidenti nel mercato del lavoro regionale: le imprese cercano personale qualificato mentre una parte dei giovani qualificati continua a uscire.

Il saldo italiano è positivo, ma non significa che il problema sia risolto

Parlare di “fuga di cervelli compensata” è quindi corretto soltanto entro limiti molto precisi.

Dal punto di vista puramente numerico, tra il 2019 e il 2024 il saldo nazionale tra giovani laureati italiani persi e laureati stranieri acquisiti è positivo.

Ma questo non elimina tre problemi.

Il primo è l’aumento dell’emigrazione dei laureati italiani.

Il secondo è la forte disparità territoriale nell’attrazione dei talenti.

Il terzo riguarda la capacità del sistema economico di utilizzare realmente le competenze dei laureati stranieri, evitando fenomeni di sottoinquadramento professionale.

Anche i dati più recenti dell’Istat mostrano, più in generale, una mobilità internazionale molto rilevante: nel 2025 l’Italia ha registrato 440mila ingressi dall’estero e 144mila emigrazioni, con un saldo migratorio complessivo di +296mila. Gli espatri dei cittadini italiani sono scesi a 109mila, ma il saldo degli italiani rimane negativo per circa 53mila persone.

Il calo del 2025 va però interpretato con cautela, perché il dato 2024 era stato influenzato anche dalle nuove regole sull’iscrizione all’AIRE.

Il vero KPI è diventare un territorio dove i talenti vogliono restare

Per il Veneto il punto diventa quindi meno retorico e molto più economico.

Il territorio non ha necessariamente bisogno di impedire ai giovani di fare esperienza all’estero. In un’economia aperta, la mobilità internazionale può aumentare competenze, relazioni e capacità imprenditoriale.

Il problema nasce quando il flusso diventa prevalentemente a senso unico.

La metrica più interessante dovrebbe essere la capacità di costruire una circolazione dei talenti: giovani veneti che partono e rientrano, professionisti stranieri che scelgono la regione, ricercatori che trovano opportunità nelle imprese, founder che decidono di aprire qui le proprie aziende.

È su questo terreno che il confronto con l’Emilia-Romagna diventa particolarmente interessante.

Il Veneto continua a essere un territorio ricco, industriale e con università di livello internazionale. Ma tra il 2019 e il 2024 il saldo dei giovani laureati resta negativo per 671 unità.

Non è un’emorragia enorme.

Ma in una regione dove le aziende denunciano continuamente una carenza di competenze, è un numero che dovrebbe far riflettere.

La vera sfida non è impedire ai cervelli di partire. È costruire un territorio abbastanza attrattivo perché altrettanti – o più – vogliano arrivare.

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