Aumentare la spesa in ricerca e sviluppo nelle imprese classiche significa anche fare leva su nuovi imprenditori, e, di conseguenza, su un numero maggiore di startup. La Columbia University, con il recente studio sul comportamento delle imprese americane condotto da Tania Babina, dimostra che l’incremento del 100% degli investimenti in R&S porta a un aumento dell’8,4% dell’uscita di dipendenti destinati a mettersi alla prova con nuove esperienze imprenditoriali. Solitamente, decidono di lasciare un’azienda per crearne una propria i lavoratori con salario più alto della media (di norma tecnici, informatici, dipendenti brillanti che presentano elevate skill).
La nascita di startup è più frequente se l’azienda originaria del nuovo imprenditore appartiene al settore high tech e riesce a ottenere dei brevetti. Le realtà che provengono da ex dipendenti di imprese in cui vi era stato investimento in ricerca e sviluppo hanno il 35% in più di probabilità di essere finanziate all’avvio dai venture capital e business angel. Queste startup pagano salari più alti, crescono più delle altre e operano in un mercato diverso da quello originario dell’impresa da cui il founder proviene. Non si pongono in contrasto con le imprese tradizionali, bensì l’innovazione le rende complementari. Il tutto passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, l’esaltazione delle competenze e il networking. Probabilmente la spesa in R&S attraverso quella in capitale umano, quindi il valore delle conoscenze, delle competenze e delle capacità collettive del personale di un’organizzazione, è la più influente per la nascita di nuove imprese innovative. Tuttavia, rispetto ad altri Paesi, l’Italia non sta investendo in maniera adeguata sul capitale umano. Solo il 30% delle spese in personale sono agevolabili. Nel Regno Unito, ad esempio, non vi sono limiti se non quello del 65% applicabile però solo a staff esterno, a contractors e consulenti.
Secondo i dati Istat, le imprese trainano la spesa in R&S con 15,9 miliardi di euro, pari al 63,1% della
spesa complessiva. E’ il settore privato (imprese e non profit) la principale fonte di finanziamento
della spesa in R&S (pari al 56% della spesa complessiva). Nel 2018 e 2019 quella complessiva ammontava all’1,44% del PIL, contro il 2,19% medio a livello europeo. Nell’anno fortemente condizionato dalla pandemia, si stima che la spesa in ricerca e sviluppo subirà un calo del 4,7%. Negli ultimi 10 anni, nel nostro Paese il valore della R&S è cresciuto del 0,22%, aumentando più di quanto accaduto in Francia e USA, dove tale indicatore è rimasto fermo.
