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Credito alle piccole imprese, allarme in Veneto: prestiti in calo e costi più alti rispetto alle grandi aziende

Il credito alle imprese sta ripartendo, ma la ripresa sembra procedere a due velocità. Da una parte le aziende più grandi, che tornano a beneficiare di maggiori finanziamenti. Dall’altra le micro e piccole imprese, che continuano a registrare una contrazione delle risorse messe a disposizione dal sistema bancario.

Il fenomeno riguarda direttamente il Veneto, regione costruita su un tessuto produttivo diffuso composto da aziende familiari, artigiani, commercianti e piccole realtà manifatturiere.

A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese venete risultavano in diminuzione del 5,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una delle flessioni più marcate tra le principali regioni italiane, in un contesto nazionale nel quale il credito complessivo alle imprese è invece tornato a crescere.

Il credito aumenta, ma premia soprattutto le aziende più grandi

Il problema non è soltanto la riduzione generale dei finanziamenti, ma la loro distribuzione.

Tra marzo 2025 e marzo 2026, gli impieghi vivi destinati alle imprese italiane sono aumentati complessivamente di circa 9,7 miliardi di euro. L’intera crescita, tuttavia, è stata assorbita dalle aziende con oltre 20 addetti, che hanno ottenuto 14,5 miliardi di finanziamenti aggiuntivi.

Nello stesso periodo, le imprese di dimensioni più contenute hanno perso circa 4,7 miliardi di credito.

In Veneto il volume complessivo dei finanziamenti alle aziende è diminuito di quasi 1,5 miliardi di euro, con una contrazione ancora più pronunciata per le attività con meno di 20 dipendenti.

Non siamo quindi di fronte a una semplice fase di prudenza bancaria. Sta emergendo una crescente polarizzazione del credito, nella quale le imprese più strutturate riescono a ottenere risorse, mentre le realtà minori incontrano ostacoli maggiori.

Le piccole imprese pagano interessi molto più alti

La distanza non riguarda soltanto la quantità di credito disponibile, ma anche il suo costo.

In Veneto il tasso annuo effettivo medio applicato alle imprese si attesta al 4,72%, uno dei livelli più bassi tra le regioni italiane. Il dato medio, però, nasconde una differenza rilevante.

Per le piccole imprese venete, il costo del credito raggiunge infatti il 7,6%, contro il 4,5% sostenuto dalle aziende medio-grandi. Una differenza di oltre tre punti percentuali che può trasformarsi in migliaia di euro di maggiori oneri finanziari.

Il paradosso è evidente: proprio le imprese con meno risorse, minore capacità contrattuale e strutture finanziarie più fragili sono quelle chiamate a pagare di più per ottenere liquidità.

La situazione si fa ancora più complessa per il comparto artigiano. A marzo 2026 i prestiti alle cosiddette quasi-società artigiane risultavano in calo del 10,3% in Veneto, una contrazione più che doppia rispetto a quella registrata dal complesso delle piccole imprese.

Rovigo fotografa una difficoltà regionale

I dati della provincia di Rovigo rappresentano un esempio particolarmente chiaro di una tendenza che riguarda l’intera regione.

Tra marzo 2025 e marzo 2026, i finanziamenti complessivi alle imprese polesane sono scesi da 1,656 miliardi a 1,586 miliardi di euro. In dodici mesi sono quindi venuti meno quasi 70 milioni di euro, con una riduzione del 4,2%.

Per le aziende con meno di 20 dipendenti, il credito è diminuito di circa 25 milioni di euro, passando da 536,5 a 511,6 milioni.

Il problema, però, non può essere letto esclusivamente come una fragilità del Polesine. Il calo interessa il sistema regionale e coinvolge soprattutto quelle imprese che hanno storicamente rappresentato la struttura portante del modello economico veneto.

Perché le banche finanziano meno le piccole aziende

Le cause sono diverse.

Da una parte, gli istituti di credito adottano criteri più rigorosi nella valutazione del merito creditizio, anche per effetto delle regole prudenziali europee. Le imprese più grandi, patrimonializzate e dotate di bilanci strutturati riescono quindi a presentarsi con profili di rischio più facilmente valutabili.

Dall’altra, la progressiva concentrazione del sistema bancario ha ridotto il peso delle relazioni territoriali. La conoscenza diretta dell’imprenditore, della storia aziendale e del mercato locale sembra incidere meno rispetto a indicatori standardizzati, rating e procedure centralizzate.

Esiste poi un altro elemento: non sempre sono le banche a rifiutare il credito. Sono spesso le stesse imprese a rinunciare a richiederlo.

L’incertezza internazionale, il rallentamento di alcuni mercati di esportazione, i costi energetici e le prospettive economiche poco chiare spingono molti imprenditori a rinviare gli investimenti. La domanda di finanziamenti si indebolisce perché le aziende preferiscono conservare liquidità anziché assumersi nuovi rischi.

Imprese più solide, ma meno propense a investire

Il quadro veneto presenta quindi una contraddizione.

Negli ultimi anni molte imprese hanno rafforzato la propria struttura finanziaria, aumentando la patrimonializzazione, riducendo l’indebitamento e mantenendo livelli elevati di liquidità.

Questa maggiore solidità ha permesso al sistema produttivo regionale di affrontare meglio le crisi recenti. Ma la prudenza rischia ora di trasformarsi in immobilismo.

Per il 2026 le imprese venete prevedono un fatturato sostanzialmente stabile e una riduzione degli investimenti. Non significa necessariamente che manchino i soldi. Significa che molte aziende non vedono condizioni sufficientemente favorevoli per utilizzarli.

Il calo del credito e la minore propensione a investire finiscono quindi per alimentarsi reciprocamente.

Senza credito si fermano innovazione e passaggio generazionale

La difficoltà di accesso ai finanziamenti non riguarda soltanto la gestione quotidiana delle aziende.

Il credito serve per acquistare macchinari, digitalizzare i processi, migliorare l’efficienza energetica, aprire nuovi mercati, assumere personale qualificato e affrontare il passaggio generazionale.

Quando una piccola impresa non riesce a finanziare questi interventi, non rinuncia solamente a una spesa. Rinuncia a una parte del proprio futuro.

Il rischio è che il sistema produttivo veneto si divida progressivamente tra poche imprese strutturate, capaci di investire e crescere, e una moltitudine di realtà minori costrette a difendere l’esistente.

Una frattura che potrebbe avere conseguenze sulla produttività, sull’occupazione e sulla capacità dei territori di trattenere attività economiche.

Servono strumenti alternativi, ma accessibili anche alle realtà minori

La Regione Veneto ha avviato nuovi strumenti, tra cui i basket bond regionali, il rafforzamento delle garanzie e misure dedicate all’innovazione, alle startup e all’imprenditoria femminile.

La finanza alternativa può rappresentare una risposta importante, insieme ai Confidi, ai fondi di garanzia, alla finanza agevolata e ai programmi europei.

Il nodo centrale resta però l’accessibilità.

Un basket bond può essere utile a un’impresa già strutturata, ma difficilmente risponde alle necessità del piccolo laboratorio artigiano, del negozio o dell’azienda familiare con pochi dipendenti.

La vera sfida è costruire strumenti semplici, territoriali e proporzionati alle dimensioni delle imprese. In caso contrario, anche la finanza alternativa rischia di replicare la stessa selezione già prodotta dal credito bancario.

Il Veneto non può crescere lasciando indietro le piccole imprese

Il problema del credito non è una questione riservata alle banche o agli addetti ai lavori.

È una questione di politica industriale.

Il Veneto ha costruito la propria forza economica su migliaia di imprenditori capaci di trasformare competenze, lavoro e relazioni territoriali in aziende competitive. Se queste imprese non riescono più a finanziare gli investimenti, l’intero modello regionale rischia di perdere dinamismo.

Non basta quindi osservare che il sistema produttivo è ancora solido.

La domanda da porsi è un’altra: per quanto tempo potrà restarlo, se proprio le imprese più piccole pagano il credito più caro e ricevono sempre meno finanziamenti?

Perché un territorio che smette di finanziare le proprie piccole aziende non sta soltanto riducendo il credito.

Sta riducendo le possibilità di crescita del proprio futuro.

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