La startup trevigiana conquista l’undicesima edizione della maratona dell’innovazione con un modello di pelle umana vascolarizzata prodotto attraverso bioprinting 3D. La tecnologia, sviluppata insieme all’Università di Padova, è già coperta da brevetto e descritta in uno studio scientifico peer-reviewed. Ma il primo mercato non sono i trapianti: sono i laboratori farmaceutici, cosmetici e biomedicali alla ricerca di modelli umani più predittivi e di alternative alla sperimentazione animale.
Stampare pelle umana in 3D. La frase è abbastanza potente da evocare immediatamente un futuro nel quale un ospedale potrà produrre tessuti destinati direttamente a un paziente. Quel futuro, però, non è ancora arrivato.
Ed è proprio distinguendo la prospettiva di lungo periodo dalla tecnologia disponibile oggi che la storia di Bio System Lab diventa industrialmente più interessante. La startup biotech di Treviso ha vinto DigithON 2026, l’undicesima edizione della maratona dedicata alle startup e all’innovazione che si è svolta a Bisceglie.
Il progetto è stato selezionato tra 100 startup finaliste, a loro volta scelte tra oltre 500 candidature provenienti da tutta Italia. Il premio principale vale 10 mila euro, messi a disposizione da Confindustria Bari e BAT.
Ma la tecnologia premiata potrebbe competere in un mercato enormemente più grande.
Non è pelle da trapiantare
Partiamo dalla precisazione più importante. Il prodotto sviluppato da Bio System Lab non è oggi un lembo di pelle pronto per essere applicato a un paziente ustionato. È un modello tridimensionale di pelle umana vascolarizzata e perfusibile, progettato principalmente per esperimenti e test in vitro.
La differenza è sostanziale. Il tessuto viene costruito attraverso 3D bioprinting, utilizzando cellule e biomateriali per riprodurre alcune caratteristiche della pelle umana. Per un caso vicino di ricerca, si pensi alle stampanti 3D che riproducono organi e tessuti umani in materiale bio.
All’interno viene inoltre creata una struttura vascolare. Il sistema è collegato a un dispositivo di perfusione che permette di far circolare un fluido attraverso il modello. In altre parole, non si cerca soltanto di riprodurre la forma della pelle.
Si cerca di riprodurre una parte del suo comportamento biologico.
È una pelle-on-chip
La tecnologia si colloca infatti all’intersezione di diversi settori:
- 3D bioprinting;
- ingegneria tissutale;
- microfluidica;
- organ-on-chip.
Il modello combina una struttura cutanea tridimensionale con un canale vascolare perfusibile.
È quindi più corretto immaginarlo come una sorta di skin-on-chip tridimensionale. Il vantaggio potenziale è importante. Un tessuto statico permette di osservare la reazione delle cellule a una determinata sostanza. Un tessuto perfuso può invece avvicinarsi maggiormente ad alcune dinamiche presenti nel corpo umano.
È questo che può renderlo interessante per chi sviluppa:
- farmaci;
- cosmetici;
- dispositivi medici;
- nuove molecole.
Il brevetto è stato depositato nel 2023
La tecnologia non nasce con il premio DigithON. Bio System Lab ha depositato il 6 giugno 2023 la domanda di brevetto numero 102023000011436. Il titolo è molto meno mediatico di “pelle umana stampata in 3D”, ma descrive meglio l’innovazione:
“Modello di pelle biostampato, relativo processo di stampa tridimensionale e dispositivo di perfusione diretta provvisto di tale modello”.
Ed è un dettaglio importante. Il brevetto non riguarda genericamente l’idea di stampare pelle in 3D. Il 3D bioprinting di tessuti cutanei è un campo di ricerca internazionale sul quale lavorano da anni università e aziende. La rivendicazione riguarda la specifica architettura tecnologica sviluppata dal gruppo: modello biostampato + vascolarizzazione + sistema di perfusione.
È quindi prudente interpretare la definizione di “primo brevetto al mondo” utilizzata dalla startup e ripresa da DigithON e ANSA come riferita a questa specifica configurazione, non alla biostampa della pelle in senso assoluto.
Dietro la startup c’è l’Università di Padova
La geografia del progetto è interessante. La società ha sede a Treviso, in via Fortunato Venanzio. Ma una parte importante dello sviluppo scientifico passa per Padova. Bio System Lab ha attivato collaborazioni di ricerca con il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Padova.
Tra le figure scientifiche coinvolte c’è Elisa Cimetta, professoressa associata del DII e principal investigator presso la Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza. Nel gruppo figurano inoltre ricercatori come Federico Maggiotto ed Eva Dalla Valle. È un modello interessante anche dal punto di vista del trasferimento tecnologico.
La startup non nasce semplicemente da un brevetto universitario trasferito all’esterno. Si è costruita invece una collaborazione tra:
- impresa;
- università;
- ricerca biomedica.
Nel 2025 è arrivata anche la pubblicazione scientifica
C’è soprattutto un elemento che distingue Bio System Lab da molti progetti deep tech ancora confinati alla presentazione commerciale. Nel giugno 2025 la tecnologia è stata descritta in uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Materials Today Bio.
Il lavoro, intitolato 3D bioprinting of a perfusable skin-on-chip model suitable for drug testing and wound healing studies, porta tra le affiliazioni:
- Università di Padova;
- Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza;
- Bio System Lab.
I ricercatori hanno sviluppato un modello cutaneo contenente strutture vascolarizzate attraverso tecniche di bioprinting. La ricerca indica possibili applicazioni negli studi in vitro avanzati, nel drug testing e nella ricerca sulla guarigione delle ferite.
Questo non equivale ancora a una validazione commerciale o regolatoria. Ma è un passaggio importante. La tecnologia non esiste soltanto in un pitch deck. È entrata anche nella letteratura scientifica peer-reviewed.
Perché serve una pelle più simile alla pelle?
La domanda sembra banale. Perché non utilizzare semplicemente cellule coltivate in laboratorio? Perché il corpo umano non è una piastra Petri. Le cellule vivono all’interno di strutture tridimensionali. Interagiscono. Ricevono nutrienti. Sono sottoposte a gradienti chimici e fisici. Comunicano con altri tessuti.
Una molecola applicata sulla pelle può essere:
- assorbita;
- metabolizzata;
- trasportata;
- degradata;
- trasformata.
Più il modello sperimentale è distante dalla fisiologia umana, maggiore può essere il rischio che il comportamento osservato in laboratorio non coincida con ciò che accadrà realmente.
Da qui nasce una delle grandi scommesse delle biotecnologie: costruire modelli umani migliori prima di arrivare all’uomo.
Il vero concorrente è il topo
È probabilmente questo il punto economicamente più interessante. Bio System Lab non compete soltanto con altri produttori di tessuti artificiali. Compete, indirettamente, con uno dei pilastri della ricerca biomedica degli ultimi decenni: la sperimentazione animale.
Per moltissimo tempo il percorso standard è stato:
- cellule in vitro;
- animali;
- trial clinici sull’uomo.
Il problema è che un animale rimane biologicamente diverso da un essere umano.
Nel proprio programma sulle New Approach Methodologies, la FDA statunitense sottolinea che oltre il 90% dei farmaci che risultano sicuri ed efficaci negli animali non arriva successivamente all’approvazione nell’uomo, soprattutto per problemi di sicurezza o efficacia.
È un dato che spiega perché il cambiamento in corso non sia soltanto etico. È anche economico.
La FDA sta spingendo verso modelli umani
Nell’aprile 2025 la Food and Drug Administration americana ha annunciato una roadmap per ridurre progressivamente l’utilizzo degli animali negli studi preclinici. Tra le alternative indicate compaiono esplicitamente:
- organoidi;
- organ-on-chip;
- modelli cellulari avanzati;
- simulazioni computazionali basate anche sull’AI.
Nel marzo 2026 la FDA ha compiuto un altro passo pubblicando una bozza di linee guida per spiegare come validare queste New Approach Methodologies, o NAMs, quando vengono utilizzate nello sviluppo dei farmaci.
Il messaggio al mercato è significativo. Non si tratta più soltanto di ricerca accademica. Le autorità regolatorie stanno iniziando a costruire il percorso attraverso cui questi strumenti potranno entrare stabilmente nei processi di sviluppo farmaceutico.
Ed è qui che una startup di Treviso potrebbe trovare il mercato
Bio System Lab indica tre principali segmenti B2B:
- farmaceutico;
- cosmetico;
- ricerca.
Il modello previsto è quello di kit standardizzati e replicabili, ma personalizzabili quando necessario. Questo è un passaggio fondamentale. Una cosa è riuscire a produrre un tessuto biologico complesso una volta in laboratorio. Un’altra è trasformarlo in un prodotto che possa essere:
- riprodotto;
- spedito;
- utilizzato;
- confrontato;
- validato
- da laboratori differenti.
Nel biotech, la vera industrializzazione comincia dalla riproducibilità.
Il prodotto potrebbe essere il kit, non la pelle
La stessa società presenta il proprio modello full-thickness vascularised skin come un kit con dispositivo di perfusione integrato. Questa configurazione rende più chiaro anche il possibile modello di business.
Bio System Lab non deve necessariamente diventare un laboratorio che esegue internamente tutti i test per i clienti. Può provare a diventare il fornitore della piattaforma sulla quale quei test vengono effettuati.
È una differenza importante. Nel primo caso si vende: un servizio. Nel secondo: una tecnologia replicabile.
Per una startup che vuole scalare, il secondo modello può avere caratteristiche molto più interessanti. Ma richiede standardizzazione, qualità produttiva e validazione estremamente elevate.
Un mercato da oltre 3 miliardi di dollari
Il contesto internazionale è favorevole. Secondo Grand View Research, il mercato mondiale del 3D bioprinting valeva circa 3,1 miliardi di dollari nel 2025. Nel 2026 dovrebbe raggiungere circa 3,5 miliardi. La previsione al 2033 è di circa: 6,7 miliardi di dollari. La crescita media attesa è vicina al 10% annuo.
Ma il segmento forse più vicino alla tecnologia di Bio System Lab cresce ancora più rapidamente.
Gli organ-on-chip possono quintuplicare in sette anni
Il mercato globale degli organ-on-chip viene stimato da Grand View Research in circa 235 milioni di dollari nel 2026. Nel 2033 potrebbe superare: 1,2 miliardi. Crescita media: 26,4% l’anno.
Naturalmente Bio System Lab non può attribuirsi automaticamente questo intero mercato. Le definizioni sono differenti e i segmenti si sovrappongono soltanto in parte.
Ma la direzione è evidente. Industria farmaceutica e ricerca stanno cercando modelli biologici:
- più umani;
- più predittivi;
- più standardizzabili;
- meno dipendenti dagli animali.
È precisamente lo spazio nel quale la startup trevigiana vuole entrare.
Il premio vale 10 mila euro. Il biotech richiede molto di più
Ed è qui che bisogna ridimensionare correttamente anche la vittoria di DigithON. Bio System Lab riceverà 10 mila euro. Un riconoscimento importante.
Ma nel biotech 10 mila euro sono quasi simbolici. Laboratori. Personale scientifico. Materiali biologici. Bioprinter. Brevetti. Validazione. Controllo qualità. Certificazioni. Sviluppo commerciale. Tutto richiede capitale.
Non sorprende che già in passato la startup abbia dichiarato di essere alla ricerca di finanziatori per trasformare i propri supporti sperimentali in prodotti vendibili.
La vittoria di DigithON non risolve quindi il problema finanziario. Può però aumentarne la visibilità.
Bio System Lab ha vinto su oltre 500 candidature
Anche il percorso della competizione merita di essere quantificato. DigithON 2026 ha ricevuto oltre 500 candidature. Ne sono state selezionate 100. Bio System Lab è arrivata prima.
Al secondo posto si è classificata RBV Aqua Tech, startup milanese che sviluppa un materiale capace di catturare acqua dall’atmosfera sfruttando calore di scarto a bassa temperatura. Il primo mercato individuato sono i data center AI.
Terza YecoAI, startup piemontese che sviluppa soluzioni AI verticali con particolare attenzione a sicurezza e sovranità dei dati.
Bio System Lab ha inoltre ricevuto un riconoscimento da Binp che comprende sessioni di mentorship e preparazione alla presentazione del progetto davanti a uno dei fondi di venture capital partner. Probabilmente, per una startup biotech, questa seconda parte può diventare economicamente più importante dei 10 mila euro.
Dopo la pelle, il fegato
La startup trevigiana ha però già definito una roadmap tecnologica più ampia. Dopo il modello cutaneo, Bio System Lab sta lavorando anche su un tessuto epatico vascolarizzato. L’obiettivo è sviluppare modelli utilizzabili per:
- tossicologia;
- metabolismo dei farmaci;
- ricerca preclinica;
- medicina rigenerativa.
La logica industriale è interessante. Se la tecnologia di bioprinting e perfusione funziona come piattaforma, la pelle potrebbe essere soltanto la prima verticale. Il valore non sarebbe quindi necessariamente nel singolo tessuto.
Potrebbe essere nel processo capace di costruirne diversi.
E alla fine della roadmap ci sono gli organi
La visione dichiarata dall’azienda va ancora oltre. Bio System Lab descrive sei fasi di sviluppo. Si parte dalla ricerca. Poi:
- tessuto semplice vascolarizzato;
- altre linee di tessuti;
- biostrutture complesse;
- tessuti funzionali con proprietà anti-rigetto;
- fino alla prospettiva di organi funzionali personalizzati.
L’idea di lungo periodo è utilizzare cellule del ricevente per ridurre il rischio di rigetto. È una prospettiva scientificamente affascinante. Ma va raccontata per quello che è: una roadmap di ricerca.
Non un prodotto disponibile oggi. Tra un modello cutaneo in vitro e un organo umano funzionale trapiantabile esiste una distanza scientifica, clinica, regolatoria e industriale enorme.
Ed è proprio questo che rende interessante il biotech
Una startup software può costruire un prodotto in pochi mesi. Una startup biotech può impiegare anni prima di arrivare al mercato. Può fallire per una singola validazione. Può aver bisogno di milioni di euro prima di produrre ricavi significativi.
Ma quando una tecnologia funziona, le barriere all’ingresso possono essere molto più profonde. Brevetti. Know-how. Protocolli. Dati. Validazioni. Competenze. Relazioni con università e centri di ricerca.
È per questo che il deep tech segue logiche completamente differenti dal digitale tradizionale.
Il Veneto non deve produrre soltanto macchine
C’è infine una lettura territoriale. Quando pensiamo all’innovazione veneta pensiamo spesso a:
- meccanica;
- automazione;
- macchinari;
- elettronica;
- manifattura.
Bio System Lab racconta un Veneto differente. Quello che nasce dall’intersezione tra:
- Università di Padova;
- ricerca biomedica;
- bioingegneria;
- startup;
- capitale.
È un ecosistema molto più fragile di quello manifatturiero tradizionale. Ma potenzialmente anche molto più scalabile. Un macchinario industriale deve essere costruito e spedito.
Una piattaforma biotech protetta da brevetto può, almeno teoricamente, entrare nei laboratori di aziende farmaceutiche e cosmetiche di tutto il mondo.
La pelle è soltanto l’inizio
La vittoria di DigithON offre quindi a Bio System Lab qualcosa di utile: attenzione.
Ma adesso arriva la parte difficile. Trasformare una tecnologia scientificamente interessante in:
- un prodotto standardizzato;
- un processo riproducibile;
- un modello economico;
- una piattaforma accettata dai laboratori;
- un’azienda finanziabile.
Se ci riuscirà, il risultato più importante non sarà avere stampato pelle umana in 3D. Sarà aver dimostrato che una startup nata a Treviso, lavorando con la ricerca padovana, può entrare in una delle filiere tecnologicamente più sofisticate del mondo.
E forse il punto più interessante della storia è proprio questo. Per decenni abbiamo utilizzato animali per cercare di prevedere come reagirà un essere umano. Ora la tecnologia prova a cambiare la domanda.
E se per capire come reagirà un essere umano potessimo iniziare direttamente da un modello di tessuto umano?
