Il primo Small-Sized Telescope prodotto a San Stino di Livenza è pronto per il viaggio verso il deserto di Atacama. È il capofila di 37 strumenti destinati al Cherenkov Telescope Array Observatory, la grande infrastruttura internazionale per l’astronomia gamma. Dal Ben costruisce le strutture e integra i telescopi, Media Lario realizza gli specchi primari. Dietro il progetto c’è una filiera italiana che dimostra come la Big Science possa trasformarsi anche in politica industriale.
Diciassette tonnellate e mezzo. Nove metri di altezza. Due specchi. Una precisione di movimento nell’ordine di pochi secondi d’arco. E una destinazione dall’altra parte del mondo: il deserto di Atacama, in Cile. Da San Stino di Livenza, nel Veneziano, sta partendo qualcosa che difficilmente assoceremmo alla manifattura veneta.
Un telescopio. Non un prototipo costruito artigianalmente in un laboratorio universitario. Ma il primo esemplare di una serie industriale di 37 telescopi destinati a diventare una componente fondamentale del Cherenkov Telescope Array Observatory, CTAO.
È il più grande progetto mondiale dedicato all’astronomia gamma da terra. E una parte importante viene costruita tra Veneto e Lombardia.
Il primo telescopio lascia San Stino di Livenza
Il primo Small-Sized Telescope, SST, è stato completato negli stabilimenti di Dal Ben Spa, società di San Stino di Livenza specializzata nella progettazione e realizzazione di macchinari complessi. Ora viene smontato nei principali sottosistemi. Imballato. Caricato. Spedito via mare.
Una volta arrivato in Cile saranno gli stessi tecnici italiani a rimontarlo e integrarlo nel sito CTAO-South, che sta sorgendo nei pressi dell’osservatorio ESO di Paranal. Non sarà solo. Alla fine gli SST previsti nella configurazione Alpha saranno 37. Ed è qui che la storia smette di essere soltanto scientifica e diventa industriale.
Dal Ben costruisce tutti e 37 i telescopi
A Dal Ben è stata affidata la realizzazione delle strutture elettromeccaniche dell’intera serie. La commessa è divisa in due parti. La prima riguarda 25 telescopi commissionati dall’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica. La seconda riguarda 12 unità commissionate dal CNRS francese, attraverso un raggruppamento industriale guidato ancora da Dal Ben e dalla controllata francese Dal Ben SAS. In totale: 37 telescopi.
Per tutti, l’azienda veneta segue un processo che comprende:
- progettazione;
- approvvigionamento;
- lavorazioni meccaniche;
- automazione;
- quadri elettrici;
- movimentazione;
- assemblaggio;
- collaudo;
- integrazione finale.
Non è quindi un semplice fornitore di carpenteria. È uno dei partner industriali centrali del programma SST.
La prima commessa vale circa 16,8 milioni
Anche i numeri economici aiutano a capire la dimensione dell’operazione. Il contratto relativo alla prima tranche di 25 strutture SST e alla loro integrazione, aggiudicato da INAF a Dal Ben nel 2024, risulta avere un valore nell’ordine dei 16,845 milioni di euro. Il secondo contratto francese per le altre 12 unità vale invece quasi 8 milioni di euro.
La componente industriale affidata a Dal Ben supera quindi complessivamente i 24 milioni di euro, considerando i due contratti e senza includere necessariamente tutte le altre componenti della filiera.
È una cifra particolarmente significativa se confrontata con le dimensioni dell’impresa. Dal Ben ha chiuso il 2025 con circa 20,7 milioni di euro di fatturato e 134 dipendenti. La produzione dei telescopi non è quindi una commessa marginale.
È un progetto industrialmente rilevante anche rispetto alla scala dell’azienda che lo realizza.
In due anni e mezzo 37 telescopi
Ma forse il dato più interessante non è economico. È produttivo. Secondo il project manager del programma SST in Dal Ben, l’azienda ha impiegato circa un anno e mezzo per arrivare dalla progettazione al collaudo della prima unità.
Poi è entrata in gioco l’industrializzazione. Grazie a un processo distribuito su sei unità produttive, la società è riuscita a impostare la produzione dell’intera serie dei 37 telescopi in circa due anni e mezzo.
Ed è precisamente questo passaggio a rendere interessante il progetto. Costruire un telescopio è alta ingegneria. Costruirne 37 mantenendo la stessa precisione diventa manifattura avanzata.
Ogni telescopio pesa 17,5 tonnellate
Gli SST sono i più piccoli tra i telescopi che comporranno CTAO. Piccoli, naturalmente, è un concetto relativo. Ogni struttura è alta circa nove metri e pesa 17,5 tonnellate. Lo specchio primario ha un diametro di 4,3 metri ed è composto da 18 segmenti esagonali. Lo specchio secondario è monolitico e misura 1,8 metri. Il sistema utilizza una configurazione ottica a doppio specchio Schwarzschild-Couder.
È una soluzione compatta che permette di ottenere un ampio campo visivo mantenendo una camera relativamente piccola. La precisione richiesta alla struttura meccanica è nell’ordine di pochi secondi d’arco. Per avere un riferimento, un grado contiene 3.600 secondi d’arco. Stiamo quindi parlando di muovere quasi diciotto tonnellate con una precisione angolare estremamente elevata.
Gli specchi arrivano dalla Lombardia
La filiera non si ferma in Veneto. I pannelli degli specchi primari vengono prodotti da Media Lario, azienda di Bosisio Parini, in provincia di Lecco. La gara INAF aggiudicata alla società lombarda prevede la fornitura di: 720 pannelli riflettenti per i 37 SST più 54 pannelli di ricambio.
La stessa procedura comprende inoltre 410 pannelli destinati agli specchi primari di due Large-Sized Telescopes del sito sud. Il valore stimato complessivo della gara era di circa 4,97 milioni di euro.
Dietro ogni telescopio veneto ci sono quindi anche specchi lombardi. Ed è proprio questa combinazione tra ricerca pubblica e competenze industriali specializzate a raccontare la parte più interessante del progetto.
Una tecnologia sviluppata insieme alla ricerca italiana
Media Lario non è arrivata casualmente alla produzione degli specchi. La società collabora da anni con INAF nello sviluppo di una tecnologia basata sulla replica a freddo di sottili fogli di vetro. Il processo permette di ottenere pannelli riflettenti leggeri e precisi, adatti alla produzione seriale.
Prima sono arrivati gli specchi per ASTRI. Poi quelli per altri telescopi Cherenkov. Ora la tecnologia viene utilizzata per CTAO. È un esempio quasi didattico di trasferimento tecnologico.
Ricerca → prototipo → collaborazione industriale → produzione → commesse internazionali.
Esattamente il percorso che spesso chiediamo all’innovazione italiana di compiere.
Il prototipo italiano nasce sull’Etna
La genealogia tecnologica degli SST passa infatti da ASTRI-Horn. Il telescopio è stato sviluppato da INAF e installato nel 2014 presso Serra La Nave, sull’Etna. Era un prototipo. Ma serviva a verificare una nuova configurazione ottica e una serie di tecnologie che sarebbero poi confluite nei futuri telescopi SST.
Da quel prototipo è nato successivamente ASTRI Mini-Array, una schiera di nove telescopi installata all’Osservatorio del Teide, a Tenerife. E l’esperienza ASTRI ha contribuito direttamente allo sviluppo della configurazione scelta per gli SST di CTAO-South.
Quindi il telescopio che oggi lascia San Stino non nasce nel 2026. È il risultato di oltre un decennio di ricerca, prototipazione e industrializzazione.
Perché servono 37 telescopi?
Perché gli SST non funzioneranno come telescopi tradizionali. Non osserveranno direttamente i raggi gamma provenienti dall’Universo. I raggi gamma ad altissima energia, entrando nell’atmosfera terrestre, generano cascate di particelle. Queste producono brevissimi lampi di luce Cherenkov. I telescopi catturano quei lampi.
Da essi gli scienziati possono ricostruire:
- energia;
- direzione;
- origine
- dei fotoni gamma che li hanno generati.
Per aumentare sensibilità e precisione non basta quindi un singolo strumento. Serve un array. Una rete di telescopi distribuiti su un’area molto ampia che osservano contemporaneamente lo stesso fenomeno.
Gli SST guarderanno l’Universo più energetico
I 37 Small-Sized Telescopes saranno installati esclusivamente nel sito australe. La loro specializzazione sarà la parte più estrema dello spettro gamma osservabile da CTAO. Indicativamente da circa 1 TeV fino a 300 TeV. È il territorio di alcuni dei fenomeni più violenti dell’Universo.
Resti di supernova. Pulsar. Buchi neri. Nuclei galattici attivi. Sorgenti capaci di accelerare particelle a energie enormemente superiori a quelle raggiungibili in molti esperimenti terrestri.
Uno degli obiettivi è comprendere meglio l’origine dei raggi cosmici, una domanda aperta da oltre un secolo.
CTAO avrà due occhi sul pianeta
L’osservatorio sarà distribuito tra due emisferi. CTAO-North, sull’isola di La Palma, nelle Canarie. CTAO-South, nel deserto di Atacama, in Cile. La scelta permette di osservare porzioni differenti del cielo. Il sito australe avrà un vantaggio particolare nell’osservazione della regione centrale della Via Lattea e sarà quello nel quale opereranno gli SST.
Nel 2025 sono iniziati in Cile i lavori civili per il sito meridionale. Il progetto comprende oltre 50 fondazioni per i telescopi e circa 17 chilometri di strade interne. Ora iniziano ad arrivare le macchine che dovranno essere installate sopra quelle fondamenta.
CTAO vale oltre 350 milioni
La dimensione dell’infrastruttura spiega perché queste commesse siano interessanti anche industrialmente. Lo statuto del CTAO ERIC fissa un tetto ai costi complessivi di costruzione di circa 351,3 milioni di euro, a prezzi 2021.
La stima dei contributi alla costruzione vede tra i principali partecipanti:
- Germania;
- Italia;
- Francia;
- Spagna;
- Giappone.
Il contributo italiano complessivo ai costi di costruzione indicato nello statuto è di circa 69,3 milioni di euro, considerando costruzione e precostruzione. E la sede legale e centrale del CTAO ERIC è stata stabilita a Bologna.
L’Italia, quindi, non è semplicemente un fornitore periferico dell’osservatorio. È uno dei protagonisti del progetto.
Altri 71,5 milioni arrivano dal PNRR
A questa infrastruttura si aggiunge il progetto italiano CTA+, finanziato attraverso il PNRR con 71,48 milioni di euro. È il principale progetto INAF finanziato nell’ambito del Piano. L’obiettivo è rafforzare ulteriormente il contributo italiano a CTAO attraverso la costruzione, tra le altre cose, di: due Large-Sized Telescopes e cinque Small-Sized Telescopes.
È importante non sommare automaticamente i 71,5 milioni ai 351 milioni come se fossero due budget completamente indipendenti: CTA+ finanzia contributi italiani destinati al potenziamento della stessa infrastruttura e i diversi documenti utilizzano perimetri e valori temporali differenti.
Ma il dato rende evidente la scala della politica scientifica e industriale che ruota attorno al progetto.
La Big Science è anche politica industriale
Ed è probabilmente questo il punto meno evidente della storia. Quando uno Stato finanzia un grande telescopio non compra soltanto scienza. Compra anche:
- meccanica di precisione;
- ottica avanzata;
- automazione;
- elettronica;
- software;
- sensoristica;
- controllo;
- materiali;
- ingegneria.
Le aziende chiamate a risolvere problemi estremi per la ricerca sviluppano competenze che possono successivamente essere utilizzate in altri mercati.
È accaduto molte volte nella storia. Spazio. Fisica delle particelle. Aerospazio. Semiconduttori. Supercalcolo. Le grandi infrastrutture scientifiche possono diventare una gigantesca palestra industriale.
Per Dal Ben la ricerca diventa fatturato
Il caso di Dal Ben lo mostra bene. L’azienda non nasce come produttore di telescopi. Opera nella progettazione e costruzione di macchinari industriali complessi. Nel 2025 ha fatturato circa 20,7 milioni di euro. E oggi possiede competenze sufficienti per costruire in serie strumenti astronomici da 17,5 tonnellate che devono muoversi con precisioni di pochi secondi d’arco.
Ancora più interessante: la collaborazione con la ricerca italiana ha permesso all’azienda di ottenere successivamente anche un contratto da un ente straniero. Il CNRS francese.
È il passaggio più importante. Il finanziamento pubblico della ricerca non ha generato soltanto una fornitura pubblica italiana. Ha contribuito a costruire una competenza industriale che può esportare tecnologia.
Lo stesso è accaduto a Media Lario
Anche Media Lario offre un esempio simile. La tecnologia degli specchi è stata sviluppata insieme a INAF. Poi utilizzata nei progetti ASTRI. Successivamente l’azienda ha ottenuto contratti anche dal Max Planck Institute tedesco per altri esperimenti Cherenkov.
La conoscenza prodotta dentro una collaborazione scientifica si è quindi trasformata in un asset commerciale. Questo è trasferimento tecnologico in una forma spesso meno raccontata.
Non necessariamente:
università → brevetto → startup.
Può essere anche:
ente di ricerca → tecnologia → PMI esistente → nuovo mercato internazionale.
Per territori manifatturieri come Veneto e Lombardia è un modello particolarmente interessante.
Il Veneto può fare spazio senza andare nello spazio
Negli ultimi anni si parla molto della crescita della space economy. Satelliti. Launcher. Osservazione della Terra. Telecomunicazioni. Difesa. Ma esiste un perimetro industriale ancora più ampio.
Quello della Big Science. Grandi telescopi. Acceleratori. Reattori sperimentali. Rivelatori. Infrastrutture scientifiche.
Sono mercati nei quali le competenze richieste spesso coincidono con quelle che il Veneto possiede già:
- meccanica;
- carpenteria;
- automazione;
- controllo;
- precision engineering;
- impiantistica.
Non serve necessariamente costruire un satellite. Si può entrare nella frontiera scientifica mondiale costruendo la macchina che permette agli scienziati di guardare l’Universo.
Non sono 37 telescopi. È una certificazione industriale
Alla fine, quindi, la partenza del primo SST verso il Cile è molto più di una fotografia suggestiva. È una certificazione. Una PMI industriale veneta è stata ritenuta capace di:
- progettare;
- industrializzare;
- produrre;
- testare;
- spedire;
- rimontare una serie di strumenti scientifici destinati a una delle infrastrutture astronomiche più avanzate al mondo.
E un’impresa lombarda produce gli specchi che permetteranno a quelle macchine di funzionare. La domanda interessante non è quindi soltanto: che cosa scopriranno questi telescopi? È anche: quante altre aziende italiane potrebbero entrare nelle grandi filiere scientifiche internazionali?
Perché la ricerca di frontiera ha bisogno di idee. Ma a un certo punto quelle idee devono diventare acciaio, vetro, elettronica e software. Devono diventare macchine. E quando succede, la scienza smette di essere soltanto una voce di spesa pubblica. Diventa anche industria.
Foto: Davide Coero Borga / INAF