Quattro acquisizioni in un colpo solo per accelerare nel farmaceutico. Omnia Technologies rileva BRAM-COR, Siempharma, C.Matic e Formartis e porta la divisione Life Sciences vicino ai 90 milioni di euro di ricavi. Per il gruppo di Trevignano, controllato da Investindustrial, è un passaggio strategico: dopo avere costruito in pochi anni una piattaforma da 760 milioni nel beverage e nell’automazione industriale, ora prova a replicare lo stesso modello di aggregazione in un mercato più regolamentato, tecnologico e ad alto valore aggiunto.
Omnia Technologies continua a comprare. Ma questa volta il dato più interessante non è il numero delle acquisizioni.
È dove sta comprando.
Il gruppo con quartier generale a Signoressa di Trevignano, nel Trevigiano, ha acquisito BRAM-COR, Siempharma, C.Matic e Formartis, quattro società specializzate in tecnologie, automazione e ingegneria per l’industria farmaceutica e Life Sciences.
L’operazione porta la relativa divisione del gruppo a sfiorare 90 milioni di euro di ricavi. E arriva in un momento in cui il business sta crescendo anche senza acquisizioni: nel primo semestre 2026 i ricavi della divisione sono aumentati del 43% su base organica rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono due numeri che raccontano bene la strategia.
Omnia non sta semplicemente aggiungendo fatturato attraverso l’M&A. Sta cercando di costruire un secondo motore industriale accanto al beverage.
Quattro aziende, quattro pezzi della stessa filiera
Le società acquisite non fanno la stessa cosa. Ed è proprio questo il punto.
BRAM-COR, con sede a Parma, è attiva dal 1964 e sviluppa tecnologie per il trattamento delle acque destinate all’industria farmaceutica e per processi sterili legati ai farmaci liquidi. Opera in oltre 70 Paesi e integra competenze che vanno dalla formulazione al riempimento e al confezionamento.
I dati di bilancio disponibili mostrano una società tutt’altro che marginale: nel 2024 BRAM-COR ha registrato circa 20,3 milioni di euro di ricavi, quasi 4 milioni di utile e 51 dipendenti.
Siempharma, con sede ad Aprilia, in provincia di Latina, realizza invece macchine e linee per il packaging farmaceutico e nutraceutico, integrando riempimento, visione artificiale, tracciabilità, robotica e automazione. Nel 2024 ha fatturato circa 8,4 milioni di euro, con un utile di poco inferiore a 600mila euro.
Sempre ad Aprilia opera C.Matic, specializzata soprattutto nel revamping di macchinari farmaceutici, nei cambi formato e nell’assistenza tecnica.
Infine c’è Formartis, a Lemignano di Collecchio, nel Parmense: una società di ingegneria focalizzata su progettazione, design industriale e automazione, che Omnia intende utilizzare in maniera trasversale anche per rafforzare R&D e sviluppo prodotto.
Quattro aziende diverse, quindi.
Ma inserite una accanto all’altra coprono porzioni complementari della stessa catena industriale.
Da nove brand una sola offerta
Con queste operazioni la divisione Life Sciences di Omnia arriva a riunire nove brand specializzati.
L’obiettivo è presidiare progressivamente l’intera linea produttiva: dalle tecnologie di processo al packaging primario, secondario e di fine linea.
È un passaggio importante perché nel machinery farmaceutico la dimensione non serve soltanto a produrre di più.
Serve a vendere qualcosa di diverso.
Un grande gruppo farmaceutico internazionale tende a preferire un interlocutore capace di progettare una soluzione completa, garantire standard comuni, assistenza in più mercati e responsabilità sul funzionamento dell’intera linea.
Invece di acquistare cinque macchine da cinque fornitori diversi, il cliente può rivolgersi a un soggetto capace di fornire una turnkey solution.
Ed è precisamente la posizione che Omnia sta cercando di conquistare.
Il modello è quello già utilizzato nel beverage
Per capire la logica dell’operazione bisogna tornare al 2020.
È allora che Investindustrial acquisisce la maggioranza di Della Toffola, storica azienda trevigiana delle tecnologie per vino e bevande, e comincia a costruire una piattaforma attraverso acquisizioni successive:
- Bertolaso
- Frilli
- APE
- TMCI Padovan
- ACMI
- Comas
- Tecnomaco
- Pharmagel
- E molte altre.
Nel 2023 il progetto assume il nome Omnia Technologies.
Il risultato economico dà la misura della trasformazione: il gruppo ha dichiarato di essere passato in pochi anni da circa 150 milioni a oltre 700 milioni di euro di ricavi, fino a raggiungere 760 milioni nel 2025.
Oggi conta 40 siti produttivi, 25 sedi commerciali e circa 2.650 dipendenti nel mondo.
Non è più, quindi, la crescita di una singola azienda.
È la costruzione di una piattaforma industriale attraverso l’aggregazione di molte PMI specializzate.
Il problema italiano: aziende eccellenti, ma troppo piccole
È qui che il caso Omnia diventa interessante anche oltre Omnia.
L’Italia possiede moltissime imprese manifatturiere con tecnologie eccellenti, clienti internazionali e competenze difficilmente replicabili.
Spesso, però, restano aziende da 10, 20 o 50 milioni di fatturato.
Dimensioni che possono funzionare bene in una nicchia, ma che rendono più difficile affrontare investimenti internazionali, costruire reti commerciali globali, finanziare R&D e competere per grandi commesse.
Lo stesso amministratore delegato Andrea Stolfa aveva indicato proprio nella ridotta dimensione delle imprese italiane uno dei limiti strutturali alla loro capacità di competere all’estero.
Ad aprile 2025 Omnia aveva già realizzato 24 acquisizioni dal 2020, con un percorso dichiaratamente ancora aperto.
La risposta di Omnia al problema della scala è radicale: non aspettare che ogni PMI cresca organicamente per vent’anni.
Aggregarle.
Il private equity qui fa industria, non solo finanza
La presenza di Investindustrial è quindi centrale.
Il fondo non ha semplicemente acquistato Della Toffola con l’obiettivo di aumentarne la redditività e rivenderla. Ha utilizzato l’azienda come piattaforma sulla quale innestare una successione di operatori complementari. La logica è quella classica del buy-and-build.
Si parte da un’azienda forte. Si acquisiscono altre società. Si mantengono competenze e marchi. Si centralizzano alcune funzioni. Si costruisce una rete commerciale comune. Si generano economie di scala.
E soprattutto si cerca di trasformare tante aziende specialistiche in un gruppo capace di vendere soluzioni complete.
Nel caso italiano è un modello particolarmente interessante perché può anche risolvere un secondo problema: il passaggio generazionale di molte PMI manifatturiere.
Le aziende acquistate non spariranno
Omnia ha già chiarito che i management team delle quattro società rimarranno operativi all’interno del gruppo.
È un dettaglio importante.
Il valore di aziende come BRAM-COR o Siempharma non risiede soltanto nei macchinari, negli stabilimenti o nei brevetti. Risiede nella conoscenza accumulata. Tecnici. Ingegneri. Relazioni con i clienti. Capacità di progettare linee personalizzate. Know-how regolatorio.
Nel machinery farmaceutico, perdere queste competenze dopo un’acquisizione significherebbe distruggere una parte rilevante del valore acquistato.
La sfida dell’integrazione sarà quindi ottenere la scala senza cancellare la specializzazione.
Pharma e Life Sciences diventano il secondo pilastro
Fino a pochi anni fa Omnia era soprattutto sinonimo di vino, beverage, imbottigliamento e processo alimentare.
Il pharma rappresentava una presenza nascente.
Ora la traiettoria è cambiata. Comas ha segnato l’ingresso nel settore. Sono poi arrivate Tecnomaco, Giuseppe Desirò, Ronchi Officina Meccanica e Pharmagel. Con BRAM-COR, Siempharma e C.Matic il perimetro si allarga ulteriormente.
Il risultato è una piattaforma che lavora su capsule, softgel, compresse, flaconi, fiale, diagnostica, blister, trattamento dell’acqua, riempimento, confezionamento e ispezione.
Per Omnia significa anche diversificare il rischio.
Il beverage rimane il core business, ma alcuni suoi segmenti – il vino in particolare – stanno attraversando una fase meno dinamica negli investimenti.
S&P Global Ratings, nelle proprie stime formulate prima delle ultime quattro acquisizioni, prevedeva per Omnia ricavi nell’ordine di 785-790 milioni nel 2026 e superiori a 800 milioni nel 2027, indicando proprio Life Sciences e altri segmenti come possibili motori in grado di compensare una maggiore prudenza negli investimenti del beverage.
Un mercato che cresce con farmaci più complessi
La scelta del pharma non è casuale.
Il mercato mondiale delle macchine per il packaging farmaceutico è stimato intorno ai 9-10 miliardi di dollari e diverse analisi ne prevedono una crescita nell’ordine del 7% annuo nel prossimo decennio.
A spingere la domanda non è soltanto l’aumento dei volumi farmaceutici. Crescono soprattutto la complessità e i requisiti produttivi:
- Biologici
- Farmaci iniettabili
- Produzioni sterili
- Tracciabilità
- Serializzazione
- Controlli automatici
- Visione artificiale
- Packaging sempre più regolamentato
Sono tutti fattori che aumentano il contenuto tecnologico delle linee e rendono più importante poter controllare più fasi del processo.
Per un produttore di macchinari questo significa maggiore barriera all’ingresso e, potenzialmente, relazioni con il cliente più lunghe.
Da Treviso un gruppo da 760 milioni
C’è infine un elemento territoriale che rende il caso particolarmente rilevante per il Veneto.
Nonostante una struttura ormai internazionale, Omnia Technologies continua ad avere il proprio quartier generale a Trevignano.
Nel dicembre 2025 il gruppo ha inaugurato a Signoressa un nuovo headquarter da 22 milioni di euro, 4.500 metri quadrati e oltre 250 posti di lavoro potenziali nelle funzioni centrali.
Pochi metri più in là rimane lo stabilimento storico di Della Toffola, fondata nel 1958.
È una fotografia abbastanza efficace di quello che è successo in sei anni.
Da una PMI industriale veneta è stata costruita una piattaforma globale.
E ora quella piattaforma va a Parma, Aprilia e Collecchio a comprare altre competenze italiane per portarle sui mercati internazionali.
Non basta però comprare: bisogna integrare
La rapidità della crescita porta con sé un rischio evidente. Più acquisizioni si realizzano, più aumenta la complessità.
Marchi diversi. ERP diversi. Culture aziendali diverse. Stabilimenti diversi. Reti commerciali. Sistemi produttivi. Management. Portafogli clienti.
La parte più difficile del buy-and-build arriva quindi dopo la firma del contratto. Se ogni azienda resta sostanzialmente indipendente, si ottiene una federazione di imprese. Se invece l’integrazione è troppo aggressiva, si rischia di perdere proprio quell’imprenditorialità e quel know-how che rendevano interessanti i target.
Il vantaggio competitivo nasce nel mezzo: condividere scala, commerciale e tecnologia senza omologare le competenze.
Il numero da seguire non è 90 milioni
Per questo i quasi 90 milioni di ricavi Life Sciences sono soltanto il primo indicatore.
Tra qualche anno sarà più interessante capire quanto quel business peserà sul totale del gruppo.
Se continuerà a crescere organicamente.
Quanto fatturato verrà generato da clienti che acquistano più tecnologie Omnia contemporaneamente.
Quanto aumenterà il service.
Quanta nuova R&D nascerà dall’integrazione dei nove brand.
E soprattutto se Omnia riuscirà a diventare nel pharma quello che ha già provato a costruire nel beverage: un interlocutore globale nato dall’aggregazione di eccellenze manifatturiere italiane.
Perché quattro acquisizioni in un giorno fanno notizia. Ma la storia industriale è un’altra.
A Treviso si sta cercando di dimostrare che il limite dimensionale della manifattura italiana non debba necessariamente essere permanente.
Se le nostre PMI sono troppo piccole per competere da sole con i grandi gruppi internazionali, una possibilità è farle diventare grandi insieme.