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Italian Founders Fund supera i 100 milioni: già investiti 40 milioni in 32 startup

Italian Founders Fund chiude la raccolta sopra i 100 milioni di euro, superando di almeno il 67% il target iniziale di 60 milioni. In due anni il fondo promosso da oltre cento imprenditori ha già investito più di 40 milioni in 32 startup, sostenendo aziende italiane, founder attivi all’estero e società internazionali interessate a entrare nel mercato nazionale. Il prossimo banco di prova sarà trasformare la rete dei fondatori in crescita industriale, occupazione ed exit.

Oltre 100 milioni di euro raccolti, più di 40 milioni già investiti e 32 startup in portafoglio.

Sono i numeri con cui Italian Founders Fund, il fondo di venture capital nato all’interno di Koinos Capital SGR, annuncia il final closing della raccolta iniziata con un obiettivo decisamente più contenuto: 60 milioni di euro.

Il capitale raccolto supera quindi il target iniziale di almeno 40 milioni, con uno scostamento positivo non inferiore al 67%. Il risultato amplia la capacità d’investimento del fondo e rafforza la presenza di un operatore concentrato sulle fasi pre-seed, seed e Series A delle imprese tecnologiche collegate all’ecosistema italiano.

Da 50 a oltre 100 milioni in due anni

Italian Founders Fund era stato presentato nel 2024 con una prima dotazione di circa 50 milioni di euro, sostenuta da una comunità composta da oltre cento founder e imprenditori italiani.

Nell’agosto 2025 il veicolo aveva raggiunto una capacità di circa 90 milioni, grazie anche a un investimento da 35 milioni di euro del Fondo per la transizione digitale gestito da CDP Venture Capital. Il final closing annunciato il 27 luglio 2026 porta ora la raccolta oltre la soglia dei 100 milioni.

Tra i sostenitori figurano imprenditori provenienti da alcune delle principali aziende tecnologiche italiane, tra cui Luca Ferrari di Bending Spoons, Riccardo Zacconi di King.com, Paolo De Nadai di WeRoad, Enrico Giacomelli di Namirial e Marcello Ascani.

Il modello punta a combinare il capitale finanziario con competenze operative, relazioni commerciali e accesso a una comunità di imprenditori che ha già affrontato la crescita di aziende digitali.

Oltre 40 milioni investiti in 32 società

Il fondo, operativo dal novembre 2023, aveva inizialmente programmato circa 25 investimenti. In meno di tre anni ha già portato il portafoglio a 32 società, superando quindi del 28% il numero di operazioni previsto in partenza.

Gli investimenti realizzati ammontano a più di 40 milioni di euro. Rapportando semplicemente il capitale impiegato alle società partecipate, emerge un valore medio contabile superiore a 1,25 milioni per azienda. Il dato non coincide necessariamente con l’assegno medio iniziale, perché può includere operazioni successive e investimenti di dimensioni differenti.

La strategia ufficiale del fondo prevede investimenti iniziali compresi indicativamente tra 250.000 e 3 milioni di euro, con particolare attenzione alle aziende nelle prime fasi di sviluppo.

Nel portafoglio figurano, tra le altre:

  • Jet HR, attiva nella gestione del personale;
  • Pillar, che sviluppa software per l’edilizia;
  • Brum, impegnata nella digitalizzazione delle autoscuole;
  • Sava, specializzata in sensori indossabili per il monitoraggio della salute;
  • Complaion, attiva nelle tecnologie per la compliance;
  • Cato e ReportAid.

La composizione del portafoglio mostra una concentrazione su software B2B, gestione aziendale, salute digitale, intelligenza artificiale, compliance e automazione di processi tradizionalmente poco digitalizzati.

Più di mille posti di lavoro creati

Secondo i dati comunicati dal fondo, le 32 partecipate hanno generato complessivamente oltre 1.000 posti di lavoro e acquisito migliaia di clienti.

Il numero equivale, in termini puramente aritmetici, a una media di oltre 31 occupati per società. Anche in questo caso, tuttavia, la distribuzione è verosimilmente molto differenziata: alcune aziende sono ancora in fase iniziale, mentre altre hanno già avviato una crescita più strutturata.

L’occupazione rappresenta un indicatore importante, ma non sufficiente per valutare il rendimento di un fondo di venture capital. Nei prossimi anni dovranno essere osservati anche:

  • crescita dei ricavi delle partecipate;
  • capacità di raccogliere round successivi;
  • espansione internazionale;
  • valutazioni raggiunte;
  • acquisizioni e quotazioni;
  • capitale restituito agli investitori.

La raccolta del fondo misura la disponibilità di capitale. Saranno le performance delle aziende finanziate a determinarne l’effettivo impatto economico.

Dieci partecipate estere fondate da italiani

La strategia di Italian Founders Fund non è limitata alle società con sede legale in Italia.

Il fondo investe anche in imprese fondate da italiani all’estero oppure in aziende internazionali intenzionate a sviluppare una presenza nel mercato nazionale.

Delle 32 società in portafoglio, 10 sono aziende estere fondate da imprenditori italiani. La quota corrisponde a poco più del 31% del portafoglio.

Altre quattro società internazionali avrebbero invece aperto una nuova sede centrale in Italia con il supporto del fondo, introducendo nel Paese attività tecnologiche, competenze e occupazione.

Il dato segnala un’evoluzione rispetto al modello tradizionale del venture capital nazionale. L’obiettivo non è soltanto finanziare startup costituite in Italia, ma mantenere un collegamento economico con i founder italiani che scelgono ecosistemi più sviluppati come Londra, New York o San Francisco.

La questione decisiva è quanto questo collegamento possa tradursi in un ritorno concreto per il sistema nazionale: centri di ricerca, assunzioni, sedi operative, proprietà intellettuale e investimenti produttivi.

La rete dei co-investitori internazionali

Italian Founders Fund ha partecipato a operazioni insieme a investitori internazionali come Y Combinator, Balderton Capital, Base10 Partners, Emergence Capital, PayPal Ventures, Earlybird, Eurazeo, Partech, Norrsken, Exor, Speedinvest e B Capital.

Per un fondo early stage italiano, la capacità di coinvolgere operatori stranieri è strategica soprattutto nelle fasi successive.

Un fondo da oltre 100 milioni può sostenere numerose aziende nelle prime fasi, ma non è dimensionato per finanziare da solo round di crescita da decine o centinaia di milioni. L’accesso a una rete internazionale diventa quindi necessario quando le partecipate devono entrare in nuovi mercati, ampliare gli organici o effettuare acquisizioni.

Il valore del network si misurerà nella capacità di evitare che le società italiane rimangano bloccate tra seed e Series A per mancanza di capitali più consistenti.

L’esperimento dei founder che finanziano nuovi founder

L’elemento distintivo di Italian Founders Fund è la composizione della base degli investitori.

Oltre cento imprenditori hanno investito nel veicolo con l’obiettivo di sostenere una nuova generazione di aziende tecnologiche. Il modello, diffuso negli ecosistemi più maturi, punta a riutilizzare una parte della ricchezza e dell’esperienza prodotte dalle precedenti iniziative imprenditoriali.

Il capitale dei founder può offrire alle partecipate vantaggi diversi da quelli di un investitore puramente finanziario:

  • accesso a clienti e partner;
  • supporto nel reclutamento;
  • conoscenza dei mercati internazionali;
  • esperienza nella gestione dei round;
  • assistenza nelle fasi di crescita organizzativa;
  • rapporti con altri fondi.

Questa impostazione, tuttavia, dovrà dimostrare di produrre rendimenti e aziende più solide, non soltanto una comunità professionale più ampia.

La dotazione resta limitata rispetto alla scala internazionale

Il superamento dei 100 milioni è un risultato rilevante per il mercato italiano dell’early stage, ma la dimensione deve essere letta nel contesto internazionale.

Negli ecosistemi europei e statunitensi, i fondi dedicati alle startup tecnologiche possono disporre di masse da diverse centinaia di milioni o miliardi di euro. Un veicolo da 100 milioni è quindi adatto a costruire un portafoglio early stage, ma non può sostenere autonomamente tutte le fasi di crescita delle società migliori.

La capacità di IFF di attrarre co-investitori esteri risponde proprio a questo limite strutturale.

La vera sfida dell’ecosistema italiano non è più soltanto creare nuovi fondi seed. È costruire una filiera nella quale le aziende migliori possano trovare capitale anche per round Series B, Series C e growth, evitando di spostare all’estero direzione, proprietà intellettuale e posti di lavoro.

Il capitale raccolto è il punto di partenza

Il final closing oltre 100 milioni di euro porta tre indicazioni positive.

La prima è che esiste una disponibilità crescente, anche tra gli imprenditori italiani, a reinvestire nell’innovazione.

La seconda è che un fondo nazionale può costruire relazioni operative con alcuni dei principali investitori internazionali.

La terza è che l’ecosistema italiano sta iniziando a collegare in modo più sistematico i founder rimasti nel Paese con quelli che hanno costruito aziende all’estero.

Ma la raccolta di un fondo non equivale ancora a un risultato industriale.

La misura del successo arriverà dalle aziende capaci di superare la fase iniziale, raccogliere capitali internazionali, generare ricavi e arrivare a exit in grado di alimentare nuovi investimenti.

Con il final closing, Italian Founders Fund ha risolto la prima parte del problema: raccogliere capitale. Ora dovrà dimostrare di saperlo trasformare in imprese tecnologiche di dimensione internazionale.

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