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Innovazione volano della crescita, ma serve un cambio di mentalità: parla Helga Cossu, conduttrice di Progress su Sky TG24

La pandemia ha impresso un’accelerazione enorme sulla strada per l’innovazione, che oggi è finalmente considerata il perno della ripresa economica“. Un tema che Helga Cossu affronta a Progress, programma in onda il sabato su Sky TG24: “Due anni fa mi fu offerta la possibilità di proporre delle idee in uno spazio. Volevo raccontare qualcosa di diverso, qualcosa di cui si sentiva poco parlare in tv e tanto nei convegni e nei siti specializzati. Innovazione, digitale, sostenibilità: le nuove leve della nostra economia sconosciute al grande pubblico. Poca informazione, e scarsa cultura digitale, mi hanno spinto a provarci. Non è stato semplice raccontare in modo fruibile questi aspetti“. E l’innovazione è il tema centrale della chiacchierata di VenetoUP con la giornalista di Sky TG24.

Che cos’è per te l’innovazione?

“È il volano della nostra crescita. Nostra, dei cittadini, delle imprese, delle industrie, della società. Nella storia dell’umanità l’innovazione tecnica, scientifica, commerciale, finanziaria è stata la chiave del progresso con un impatto notevole su crescita e occupazione. Di esempi ce sono mille. Una volta nei campi c’era l’agricoltore con l’aratro, oggi c’è l’imprenditore agricolo con software e sensori. Ma l’innovazione sono le persone prima degli strumenti”.

Il tema dell’Innovazione è sempre più presente nell’agenda politica e ha trovato ancora più opportunità “grazie” al Covid. Quanta importanza ha l’innovazione, per te, nella crescita del Paese?

“È fondamentale. Il fatto che, seppure con ritardo, temi come l’innovazione e la digitalizzazione siano diventati centrali nell’agenda politica italiana è la prova della loro importanza per lo sviluppo di un paese. Nella fase in cui siamo non credo ci siano più dubbi sulle loro potenzialità in termini di crescita economica. Il punto è un altro. Il punto è capire dove investire per dare nuovo slancio all’innovazione. È necessario che i decisori politici disegnino una strategia di lungo respiro perché senza una visione chiara e lungimirante anche i fondi del Next Generation EU potrebbero rivelarsi inutili e sarebbe il nostro più grande fallimento. In questo momento assistiamo a una gara di richieste al governo perché tutti, legittimamente, chiedono risorse nei settori di propria competenza. Bisogna scegliere però, decidere di investire sul settore che più degli altri sia in grado di generare crescita e occupazione per tutti. Puntare sulla ricerca pubblica sarebbe una scelta vincente. Con Progress ho provato a spiegarlo in una puntata dedicata (Piano Amaldi)”.

Al secondo trimestre 2020 risulta un incremento del numero di startup che hanno superato quota 11 mila. Inoltre, per il Censis saranno proprio le startup a guidare la riscossa del Mezzogiorno. Nonostante ció, siamo sempre uno o più passi indietro rispetto ad altre nazioni, dove spesso i nostri giovani tendono a rifugiarsi. Cosa si potrebbe fare per cambiare questa mentalità? Quali tasti si dovrebbero toccare maggiormente per convincere un giovane, con idee brillanti, a non lasciare il nostro Paese?

“Non è una questione di mentalità, ma di opportunità. Il governo ha capito che bisogna recuperare i ritardi accumulati rispetto alle realtà estere più mature ma oggi per riportare a casa le aziende innovative le promesse non bastano. Una startup rientra o resta se gli si dà la possibilità di lavorare dignitosamente, che non vuol dire soltanto garanzia di fondi. Per natura le startup sono dinamiche e flessibili ergo maturano e scelgono realtà dinamiche e flessibili, cioè ciò che l’Italia non è. CDP Venture Capital, lo strumento di Cassa Depositi e prestiti per immettere liquidità nel sistema, è sicuramente un passo in avanti e il segnale di una cresciuta attenzione politica verso l’ecosistema delle startup. Ma come detto solo un primo passo”.

“La fuga dei cervelli è una delle nostre spine nel fianco da sempre ma il trend non è irreversibile. Resta da abbattere il muro della burocrazia e migliorare il sistema degli incentivi per rendere attrattivo il tessuto imprenditoriale”

Perché, in Italia, si avverte scetticismo da parte delle aziende nel fare open innovation? 

“Anche qui, il tema di fondo non cambia. È una questione di mentalità a cui si aggiungono certamente altri fattori. Il nuovo piano Transizione 4.0 rappresenta una opportunità per le piccole e medie imprese che vogliono attuare una trasformazione digitale, ma in Italia prevalgono le piccole imprese, quelle più bisognose di essere guidate nel processo di trasformazione. In questo caso il problema è da una parte la carenza di incentivi e dall’altro lo zoccolo duro della mentalità. L’Italia è fatta per lo più da imprese piccole che necessitano di più comunicazione e semplificazione”.

Gli ultimi mesi hanno evidenziato le carenze del Paese in merito alla cultura digitale e, in questo senso, l’emergenza sanitaria ha dato un forte impulso alla digitalizzazione. Quanta importanza ha, in una visione futura (ma non troppo), il processo digitalizzazione e perché, fino a poco tempo fa, veniva toccato con estrema cautela? 

“Se vediamo il bicchiere mezzo pieno allora non si può che apprezzare l’accelerazione impressa dall’emergenza sanitaria sulla transizione digitale. Il lockdown ci ha costretto a ridimensionare le nostre vite e le nostre professioni. La maggior parte delle persone ha scoperto che si poteva lavorare da casa, i consumi digitali sono cresciuti notevolmente durante questi mesi, molte startup innovative sono addirittura nate nel periodo del lockdown offrendo servizi digitali nuovi. Ma se vediamo il bicchiere mezzo vuoto allora dobbiamo riconoscere di esserci svegliati tardi. Per i più il lavoro svolto da remoto non è vero smart working, la pubblica amministrazione ha avviato un processo di ammodernamento che richiederà tempo, investimenti, creazione di infrastrutture e tutto in attesa che la banda ultra larga arrivi a coprire l’intero Paese. Stiamo parlando di qualcosa che ancora non c’è. In sostanza i primi passi li stiamo facendo molto in ritardo rispetto alle necessità che questo delicato momento storico ci impone. Se avessimo avuto un grado di maturazione adeguato oggi anche grazie alla tecnologia saremmo riusciti ad evitare la seconda ondata attraverso il tracciamento dei contagi. Non ce l’abbiamo fatta e i motivi sono molteplici, vanno dalle difficoltà politiche di gestione e coordinamento all’immaturità digitale dei soggetti coinvolti a vario titolo in questo processo. Come sempre lavorare in emergenza dà risultati limitati”. 

“La comunicazione rappresenta metà della battaglia per mantenere le persone al sicuro”, ha asserito di recente Devi Sridhar (docente dell’Università di Edimburgo). E’ però palpabile una certa sfiducia rispetto al mondo dell’informazione. Come si potrebbe superare questo clima di scetticismo, come potrebbe la gente tornare a fidarsi delle parole di un giornalista e ad attribuire loro una certa credibilità?

“Non posso che condividere l’opinione di Sridhar. Immaginate che cosa sarebbe state l’emergenza sanitaria senza l’informazione. Non sto dicendo che spesso non sia stata ansiogena e martellante, a tratti anche confusa. È vero però che è stata determinante per contenere la diffusione della pandemia consentendo ai cittadini di prendere coscienza di una situazione inedita e quanto mai pericolosa. Sinceramente non credo che ci sia avversione verso i giornalisti, piuttosto penso che ognuno abbia i propri punti di riferimento e a quelli rimane fedele. È un discorso ampio e complesso che certamente ha a che fare con il populismo libero ormai da tempo di sfrenarsi sulle praterie della rete e dei social. Ma a questo temo non ci sia rimedio”.

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LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/helga-cossu-a34137a/

Giada Mazzucco

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