Il gestore idrico vicentino ottiene il brevetto italiano per un processo sviluppato con K-INN Tech, spin-off dell’Università di Padova. Nei test sperimentali l’abbattimento medio dei contaminanti raggiunge il 95%. Dopo oltre 37 milioni di euro investiti dal 2013 contro l’inquinamento, la sfida è trasformare la ricerca in una tecnologia industriale.
Per anni la principale risposta tecnologica alla contaminazione da PFAS è stata intercettare queste sostanze prima che raggiungessero l’acqua destinata al consumo. Un intervento indispensabile per la sicurezza, che lascia però aperto un problema: che cosa fare dei materiali nei quali gli inquinanti vengono concentrati?
È su questa domanda che si inserisce RADOX, la tecnologia sviluppata da Acque del Chiampo insieme a K-INN Tech, spin-off dell’Università di Padova. Il progetto ha ottenuto il brevetto italiano e punta ora a un passaggio decisivo: uscire dalla fase sperimentale e arrivare a un’applicazione industriale.
L’annuncio, diffuso il 15 ottobre 2026, riguarda una tecnologia di ossidazione termo-radicalica in fiamma, progettata per degradare i composti fluorurati presenti in liquidi contaminati. I risultati finora comunicati indicano un’efficienza media di abbattimento del 95% nelle condizioni sperimentali considerate. Un dato incoraggiante, ma che non equivale alla dimostrazione di un’efficacia universale su tutte le sostanze PFAS e su qualsiasi matrice contaminata.
Per Acque del Chiampo, società che gestisce il servizio idrico nella Valle del Chiampo, la prossima sfida è trovare un partner industriale con cui sviluppare la tecnologia e verificarne la sostenibilità economica e operativa su scala maggiore.
Perché rimuovere i PFAS non significa distruggerli
I PFAS, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, comprendono un’ampia famiglia di composti chimici utilizzati in numerose applicazioni industriali. La loro caratteristica più problematica è la persistenza nell’ambiente. I legami tra carbonio e fluoro rendono infatti molti di questi composti particolarmente resistenti ai processi di degradazione.
Ne deriva una difficoltà tecnica che riguarda non soltanto la depurazione dell’acqua, ma anche la gestione dei residui dei trattamenti. I sistemi basati sui carboni attivi, per esempio, possono trattenere i contaminanti e ridurne la presenza nell’acqua trattata.
Quando il materiale filtrante si satura, tuttavia, occorre gestirlo o rigenerarlo in condizioni adeguate. Il contaminante non scompare automaticamente: viene separato dall’acqua e concentrato in un’altra matrice.
RADOX affronta il problema da una prospettiva differente. L’obiettivo è intervenire sulla struttura chimica delle molecole, favorendone la degradazione attraverso un trattamento ad alta temperatura. Se il processo dimostrerà efficacia e convenienza anche su scala industriale, potrà contribuire a completare la filiera dei trattamenti oggi utilizzati per la gestione dei PFAS.
Come funziona RADOX: il trattamento nella fiamma
Il principio della tecnologia è relativamente semplice da descrivere, anche se la sua realizzazione richiede un controllo preciso delle condizioni di processo. I liquidi contaminati vengono nebulizzati all’interno di uno speciale bruciatore e immessi direttamente nella fiamma. Le alte temperature e le reazioni radicaliche favoriscono la rottura delle strutture molecolari dei contaminanti.
Il processo è progettato per trasformare i composti organofluorurati in prodotti di degradazione più semplici. Tra questi può formarsi fluoruro di idrogeno (HF), una sostanza pericolosa che richiede sistemi appropriati di trattamento e abbattimento dei gas. È una distinzione fondamentale: distruggere una molecola di PFAS non significa che tutti i prodotti della reazione siano automaticamente innocui.
Per rendere industrialmente utilizzabile il processo occorre dimostrare anche la capacità di controllare le emissioni, gestire i sottoprodotti e rispettare i requisiti ambientali e di sicurezza. L’interesse di RADOX risiede dunque nella possibilità di passare da un trattamento di separazione a un trattamento di degradazione.
Ma il successo industriale dipenderà dall’efficacia dell’intero sistema, non soltanto dalla reazione che avviene nella fiamma.
Abbattimento medio del 95%: che cosa dimostrano i test
Secondo i risultati sperimentali comunicati, RADOX ha raggiunto un’efficienza media di abbattimento del 95%. Le prove hanno mostrato risultati particolarmente interessanti nel trattamento di percolati concentrati, liquidi nei quali possono essere presenti concentrazioni elevate di contaminanti.
Il dato rappresenta un primo elemento per valutare il potenziale della tecnologia. Non è però sufficiente, da solo, per stabilire che il processo sia pronto per un utilizzo industriale generalizzato. Occorre conoscere le concentrazioni iniziali, le sostanze analizzate, le condizioni operative, i metodi di misurazione e l’eventuale presenza di prodotti intermedi di degradazione.
Un abbattimento del 95% lascia inoltre una quota residua che, in termini assoluti, può avere un peso diverso a seconda della concentrazione di partenza e dei limiti applicabili.
Per questo è importante distinguere tra abbattimento dei composti misurati, distruzione delle molecole originarie e mineralizzazione completa, che richiede verifiche analitiche più articolate.
Dai percolati ai carboni attivi esausti
Una delle applicazioni potenzialmente più interessanti riguarda il trattamento dei materiali nei quali i PFAS vengono concentrati durante le attività di depurazione. Tra questi figurano i percolati e i carboni attivi esausti, utilizzati anche negli impianti di potabilizzazione.
Per i gestori idrici, poter disporre di tecnologie capaci di intervenire sui contaminanti concentrati rappresenterebbe un’evoluzione significativa. I sistemi di filtrazione continuerebbero a svolgere il proprio ruolo di protezione della risorsa idrica, mentre un trattamento successivo potrebbe contribuire a ridurre la quantità di sostanze persistenti presenti nei residui.
È però necessario distinguere lo stato delle applicazioni. I risultati sperimentali comunicati riguardano soprattutto i liquidi contaminati, mentre il trattamento dei carboni attivi esausti rientra tra le prospettive di sviluppo. Non è stata annunciata una tecnologia industriale già operativa per tutte queste matrici.
Dal progetto del 2020 al brevetto italiano
RADOX nasce da un percorso di ricerca avviato nel 2020. La collaborazione tra Acque del Chiampo e K-INN Tech ha portato allo sviluppo della tecnologia e alla successiva attività di tutela della proprietà intellettuale. Il progetto è stato presentato pubblicamente a Ecomondo 2025, a Rimini, con il coinvolgimento di Viveracqua e Utilitalia.
Nel corso del 2026 è stato approfondito anche durante iniziative organizzate con Confindustria Vicenza e Confservizi Veneto-Friuli Venezia Giulia. Il riconoscimento come Buona Pratica per un’Italia più sostenibile 2025/26 da parte di ASviS ha contribuito a rafforzarne la visibilità.
Ora è arrivato il brevetto italiano. Sul piano internazionale, la domanda europea ha ricevuto un parere favorevole, ma la concessione definitiva risulta ancora in attesa. Sono inoltre state avviate procedure di protezione in Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia.
Il brevetto costituisce un risultato importante perché tutela la soluzione tecnica e può facilitare accordi di sviluppo e valorizzazione. Non rappresenta però una certificazione di efficacia ambientale né un’autorizzazione all’utilizzo industriale.
Oltre 37 milioni investiti dal 2013 contro i PFAS
Il progetto si inserisce in un impegno più ampio di Acque del Chiampo. Dal 2013, il gestore idrico dichiara di aver investito oltre 37 milioni di euro per affrontare la contaminazione da PFAS, mettere in sicurezza le infrastrutture idriche e sviluppare soluzioni tecnologiche. È importante precisare che questa cifra riguarda l’insieme delle attività di contrasto all’inquinamento e non il solo progetto RADOX.
La distinzione è rilevante anche dal punto di vista economico. Non sono stati resi pubblici il costo complessivo della ricerca su RADOX, gli investimenti necessari per industrializzarla o il costo previsto per trattare un metro cubo di liquido contaminato.
Sono proprio questi gli indicatori che permetteranno di valutare se la tecnologia potrà competere con le soluzioni già disponibili. Per un impianto industriale non basta dimostrare che un processo funziona. Bisogna capire quanta energia consuma, quale capacità di trattamento può raggiungere, quanto costa mantenerlo in esercizio e come vengono gestiti i residui.
La ricerca di un partner industriale
La fase che si apre ora è probabilmente la più complessa. Acque del Chiampo cerca un partner industriale con cui portare avanti lo sviluppo di RADOX. Il passaggio dalla sperimentazione alla scala industriale richiede infatti competenze differenti rispetto alla sola attività di ricerca.
Occorre progettare impianti capaci di funzionare in modo continuativo, garantire prestazioni ripetibili e gestire in sicurezza temperature elevate, flussi di processo e prodotti della degradazione.
Servono inoltre valutazioni economiche e verifiche autorizzative. Un partner industriale potrebbe contribuire con capacità progettuali, risorse finanziarie e competenze nella costruzione e commercializzazione degli impianti.
Non sono stati annunciati accordi definitivi, importi di investimento o date per l’avvio di un impianto commerciale. La ricerca del partner segnala dunque una concreta intenzione di sviluppo, ma non consente ancora di attribuire alla tecnologia un mercato acquisito o ricavi futuri quantificabili.
Un ecosistema di ricerca tra Vicenza e Padova
Il progetto evidenzia anche il ruolo della collaborazione tra un gestore pubblico e un’impresa tecnologica nata nell’ambiente universitario.
K-INN Tech, spin-off dell’Università di Padova, ha contribuito allo sviluppo della soluzione insieme ai tecnici di Acque del Chiampo. È un modello nel quale un problema operativo concreto diventa il punto di partenza per una ricerca con possibili applicazioni commerciali.
La contaminazione da PFAS, che ha segnato profondamente il territorio veneto, ha richiesto negli anni competenze tecniche, investimenti e attività di monitoraggio. Questo patrimonio di esperienza può diventare una risorsa per sviluppare tecnologie utilizzabili anche al di fuori della regione.
Ma la collaborazione non si limita a RADOX. Nel luglio 2026, Acque del Chiampo ha avviato con ENEA un accordo di ricerca, valido fino al 31 dicembre 2027, per studiare soluzioni biologiche e biotecnologiche contro i PFAS presenti nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione.
Sono inoltre attive collaborazioni con l’Università di Verona e altri centri di ricerca. I progetti seguono approcci differenti: trattamenti ad alta temperatura, biodegradazione, metodi analitici e studio dei processi di trasformazione delle sostanze.
Non sono tecnologie automaticamente alternative tra loro. Potrebbero rispondere a esigenze diverse lungo la filiera della depurazione.
Dall’emergenza ambientale a una possibile filiera tecnologica
La notizia interessa l’economia veneta per almeno due ragioni. La prima riguarda la gestione ambientale. Disporre di tecnologie più efficaci per trattare i contaminanti persistenti può contribuire, se validate, a migliorare la gestione dei residui prodotti dai sistemi di depurazione.
La seconda riguarda lo sviluppo industriale. Una tecnologia brevettata, nata dalla collaborazione tra un gestore idrico e uno spin-off universitario, potrebbe diventare la base per nuove attività di progettazione, costruzione e manutenzione di impianti.
È una prospettiva che coinvolgerebbe competenze presenti nel territorio: ingegneria, automazione, trattamento delle acque e tecnologie ambientali. Non è però ancora possibile stimarne l’impatto economico. La domanda potenziale dipenderà dalle prestazioni effettive, dai costi, dalle autorizzazioni e dalla capacità di dimostrare benefici rispetto alle alternative disponibili.
La trasformazione di un problema ambientale in un’opportunità tecnologica non deve far dimenticare la priorità della tutela della salute e dell’ambiente. Le due dimensioni possono convivere, ma richiedono verifiche rigorose.
Il vero banco di prova non è il brevetto
Con RADOX, Acque del Chiampo compie un passaggio importante: una soluzione sviluppata per affrontare una delle contaminazioni più difficili da gestire ottiene una prima tutela brevettuale e si prepara alla ricerca di un partner industriale.
Il risultato sperimentale del 95% indica un potenziale, ma non chiude la questione tecnica.
Per capire se la tecnologia potrà affermarsi serviranno dati su prestazioni continuative, consumi energetici, emissioni, sottoprodotti, costi e capacità di trattamento. Solo allora sarà possibile valutarne la competitività industriale e l’effettivo contributo alla gestione dei PFAS.
Il caso è significativo per il Veneto perché mostra come la ricerca applicata possa nascere da un’esigenza del territorio e sviluppare soluzioni potenzialmente utilizzabili su mercati più ampi.
Il brevetto dimostra che l’innovazione ha raggiunto un traguardo nella tutela della proprietà intellettuale. Il prossimo risultato dovrà dimostrare che quella tecnologia può funzionare, in sicurezza e a costi sostenibili, fuori dalla sperimentazione.
