Più resilienti le imprese con investimenti pre-Covid in digitalizzazione: il rapporto Istat

La ventinovesima edizione del Rapporto Annuale di Istat analizza la situazione emersa dall’emergenza sanitaria e ne considera gli effetti sulla società e sull’economia italiana. La rapida evoluzione dei comportamenti è colta attraverso informazioni arricchite dalle indagini specifiche presso le famiglie e le imprese. Tra gli aspetti presi in considerazione la digitalizzazione, con la rapida evoluzione della trasformazione digitale delle imprese nel corso della crisi.

Le tecnologie digitali nell’ultimo anno sono state essenziali per la prosecuzione delle attività produttive e l’erogazione di servizi pubblici, soprattutto nei periodi interessati dalle misure restrittive. Se la rapidità della loro diffusione ed evoluzione le ha rese già da tempo un asset importante per l’attività delle imprese, oggi rappresentano una componente strategica sia per il mantenimento della competitività attraverso l’innovazione, sia per l’evoluzione dei sistemi produttivi verso una maggiore sostenibilità.

Per questi motivi la Commissione Europea ha previsto che, nei propri programmi nazionali, gli
stati membri destinino a investimenti per la digitalizzazione almeno il 20 per cento degli 806
miliardi di euro di sovvenzioni e crediti che nel periodo 2021-2026 saranno erogati nell’ambito
del Programma Next Generation EU. Una sfida importante per l’Italia, che mira a colmare il ritardo rispetto ad altri paesi europei in diversi ambiti di applicazione, in particolare nella disponibilità e nell’impiego di risorse umane con competenze adeguate, sintetizzato dalla quartultima posizione in Europa nella graduatoria del Digital Economy and Society Index – DESI. Lo stato della digitalizzazione nel sistema delle imprese può essere tratteggiato considerando la diffusione delle ICT finalizzate alla gestione dei flussi informativi e alla valorizzazione dei Big data, l’acquisizione di servizi cloud semplici (posta elettronica, spazio di archiviazione) ed evoluti (capacità di calcolo, applicativi aziendali), il commercio elettronico, l’impiego di strumenti di automazione (dalla robotica alla comunicazione Machine to machine), le tecnologie emergenti dell’intelligenza artificiale e della stampa 3D. In particolare, l’aumento dell’uso di servizi cloud, spinti in tutti i paesi dalla crisi sanitaria e indispensabili per condividere dati e utilizzare applicativi da luoghi diversi dal lavoro, è stato ben maggiore rispetto alla media europea (dal 24% nel 2018 al 36% nel 2020). Il paese si colloca al terzo posto (dopo Svezia e Finlandia), toccando una crescita del 59%. Passi in avanti anche per i servizi evoluti (dall’11 al 32%): su questa tendenza positiva ha influito il piano Industria 4.0 contenuto nella Legge di Bilancio 2019 che, per la prima volta, ha consentito di detrarre dalle imposte il 140% dei canoni annuali pagati per utilizzare software per Impresa 4.0 su piattaforme cloud. Le politiche hanno favorito l’uso delle tecnologie digitali anche nell’automazione degli scambi di documenti commerciali attraverso l’emissione di fatture elettroniche. In questo caso, l’obbligo introdotto con gradualità e alcune premialità dalla legge di bilancio 2018 hanno portato nel 2019 le imprese italiane in vetta alla graduatoria europea (95%). Le imprese italiane risultano in posizione avanzata anche nell’uso di sistemi e dispositivi interconnessi a controllo remoto, in linea con la media europea nell’uso di alcuni strumenti di AI e nella robotica.

Di converso, tra gli ambiti nei quali si osserva un ritardo di adozione si segnalano l’attività di
commercio elettronico, l’uso di dei Big data che richiede la disponibilità di personale qualificato e
un’organizzazione e un management in grado di valorizzare queste informazioni, e la fruizione di servizi pubblici online (eGovernment). In Italia solo il 19% della fascia compresa tra i 25 e i 64 anni ha utilizzato un servizio pubblico online, contro una media europea del 43%.

Durante la crisi le imprese hanno aumentato l’uso di strumenti digitali, anche per diversificare i canali commerciali. In alcuni casi si tratta di attività già interessate da intensi processi di digitalizzazione; in altri, invece, il ricorso a soluzioni tecnologiche online ha rappresentato il modo più immediato per rispondere allo stato di emergenza. Un tema che è significativamente cresciuto nella consapevolezza delle imprese durante la crisi è quello dell’offerta di servizi digitali dedicati alla clientela (newsletter, tutorial online, webinar, corsi a distanza, consulenze via web e servizi simili) spesso offerti gratuitamente dalle imprese al fine di mantenere i contatti e fidelizzare la propria clientela anche in una fase di distanziamento sociale. Più diffusa è l’importanza di una gestione efficace della propria presenza sui social media: già prima della pandemia, il 45% delle grandi imprese usava i canali social, mentre un ulteriore 15% ne ha perfezionato l’utilizzo durante l’emergenza sanitaria. La previsione è che, a fine 2021, il loro utilizzo diventi uno standard per più del 60% di imprese con oltre 250 addetti. In Italia l’e-commerce, prima della pandemia, era adottato dal 9,2% delle imprese con almeno 3 addetti e dal 20% nel caso delle grandi. L’incremento favorito dalla crisi è stato nel complesso pari al 43%.

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