L’exit tra la capacità dei team e il peso dei venture capital

Molte startup nascono con l’obiettivo dell’exit. Uno studio di Andrea Fosfuri e dei co-autori Ashish Arora e Thomas Rønde sul timing dell’exit considera la capacità dei fondatori come fattore determinante: i team più abili tendono a chiudere la vendita più tardi rispetto a startup guidate da un team meno qualificato, che non rispetta un timing prestabilito. Secondo gli esperti, inoltre, una realtà innovativa ha più probabilità di affacciarsi tardi al mercato in relazione al peso del venture capital, nonchè quando la capacità di assorbimento è costosa da sviluppare.

Quando le risorse delle startup sono limitate, si possono percorrere due strade: un’exit immediata (quando una startup ha solo un brevetto o un prototipo) o progredire nello sviluppo del prodotto/servizio e tentare in un secondo momento la vendita, potendo offrire una valida e certificata opportunità sul mercato. Posticipare l’exit può essere però rischioso, perchè la fase di sviluppo comporta parecchie insidie, richiede competenze e capacità di scale-up e di esecuzione che le startup potrebbero non presentare. In sintesi, se l’acquisizione anticipata riduce gli errori di esecuzione, protrarre un’exit favorisce sia la possibilità di trovare una corrispondenza migliore, sia un vantaggio in termini economici dato dalla concorrenza degli acquirenti. Inoltre, lo studio sostiene il pensiero secondo cui le startup con un team capace rimangono flessibili, cercano offerte ma tendono a vendere tardi e si concentrano sullo sviluppo dell’innovazione. Al contrario, le realtà con manager meno abili sono costrette a ricorrere a una veloce exit.
 
Atri fattori possono influenzare la scelta del timing di un’exit. Affacciarsi al mercato iniziale è meno impegnativo con una maggiore protezione della proprietà intellettuale, mentre una protezione limitata può indurre a rimanere in modalità stealth più a lungo. In aggiunta, più rilevante è la quota del venture capital, più si assottiglia il rischio dei fallimenti per cattiva esecuzione e, contestualmente, si eleva la possibilità di raggiungere una fase successiva.

Il 2020 delle startup hi-tech italiane

Secondo l’Osservatorio Startup Hi-tech promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con InnovUp – Italian Innovation & Startup Ecosystem – nel 2020 le startup hi-tech italiane hanno raccolto 683 milioni di euro, circa 11 milioni in meno di quanto raccolto nel 2019. Una differenza che, nonostante il contesto pandemico, è stata piuttosto contenuta. In questo senso, gli investimenti da attori formali risultano essere la prima fonte di finanziamento (42% del capitale a disposizione); non crescono gli investimenti degli attori informali, ma rimangono comunque stabili a quota 36%. Ha invece fatto registrare un drastico calo il comparto degli investimenti internazionali, scendendo dal 33% del 2019 al 22% del 2020.

Newsletter

Inserisci la tua e-mail e resta aggiornato sul mondo dell'innovazione in Veneto