Gap generazionale, open innovation, comunicazione digitale: parla Marta Basso, co-founder di Generation Warriors

La genuinità dei contenuti veicolati è fondamentale, io ne sono ossessionata“. E lei, Marta Basso, semina contenuti sui social ogni giorno: “In effetti penso sia più facile vedermi, che non vedermi“. Laureata in Economics and management a Ca’ Foscari, a 21 anni vola in Perù per sostenere due tirocini e sceglie successivamente di proseguire gli studi all’estero, a Londra e San Francisco. Nel 2017 partecipa (“un po’ per caso“, ammette a VenetoUP) e vince il concorso “CEO for One Month” di Adecco Group, fonda una startup, un club di wine tasting e si occupa di consulenza per una tra le più grandi aziende al mondo di vino: “Sì, sono anche una sommelier“. La sua vita cambia improvvisamente nel 2018, quando pubblica (“per sbaglio”, dice) su LinkedIn un video che diventa virale. “Mi sono giunte tante offerte di lavoro, ma da lì a poco ho deciso di camminare da sola“. Si dedica, quindi, alla stesura de “La Duplice Alleanza” e, lo scorso anno, con Alessandro Sandionigi fonda Generation Warriors.

Come nasce Generation Warriors?

“Generation Warriors nasce a luglio 2019, con l’obiettivo di eliminare il gap generazionale o, meglio, con l’intento di usare una distanza tangibile per creare opportunità e non divisioni. Siamo un’azienda che si occupa di formazione intergenerazionale e che produce contenuti video per i social di altre aziende. Secondo la nostra visione, una realtà deve essere raccontata per ciò che è e non per ciò che vorrebbe far apparire di essere”.

Quali sono oggi gli aspetti che avete appurato essere più divergenti tra le generazioni?

“Un punto di grande divergenza, messo a nudo soprattutto a causa della pandemia, è il modello di lavoro. Si tratta di un qualcosa di non attuale, perchè è evoluto e non è più sostenibile. C’è un divario immenso anche riguardo la digitalizzazione e la globalizzazione. Internet al giorno d’oggi permette di acquisire delle skills, delle connessioni e offre numerose possibilità, tra cui quella di esistere in un modo decisamente differente da quel che esisteva prima. C’è stato anche un cambiamento di comunicazione, ora si chiede più genuinità e più aderenza a quella che è la realtà. Quella dei ventenni/trentenni è la generazione più inclusiva, io noto differenza anche a livello di dibattito politico e di interazione sociale. Il fatto che noi ci sentiamo in un certo senso più precari, ha fatto sì che dessimo un certo tipo di valore alle cose. Siamo forse un po’ impazienti, ma credo che sia difficile abituarsi a quello che c’era prima, soprattutto alla generazione a cui chi è esploso internet in mano”.

Sei molto attiva sui social, di fatto hai creato un “personal branding”. Quanta importanza ha la comunicazione digitale al giorno di oggi per una startup o per un’impresa?

“E’ fondamentale tanto quanto avere un modello di business. Ci sono due aspetti importanti, purtroppo poco chiacchierati: uno di questi è esistere. Se le persone non sanno che esisti, non sei rilevante. In seconda battuta, serve avere un modello di business che permetta di stare in piedi. Generation Warriors, ad esempio, ha sempre rifiutato offerte di investimento per vari motivi, principalmente perchè volevamo dimostrare di essere capaci di fare, prima di chiedere. E questo nella vita dev’essere un insegnamento che il mondo imprenditoriale può dare. L’imprenditore deve essere capace di ‘deliverare’, deve dare risultati”.

Quanto è difficile promuovere contenuti che possono faticare a prendere piede perché snobbati o sottovalutati, anche se validi? Quindi, quant’è difficile arrivare alle persone in qualità?

“Chiediamoci: perchè le persone arrivano e altre non arrivano? Quando racconto la mia verità, racconto quello che sono io con la mia sensibilità. Ho capito che questa sensibilità, se canalizzata nel modo corretto, poteva aprirmi un mondo. La qualità di un contenuto non è la forma, che è comunque importante, ma è il contenuto stesso ad avere valore e, se oggi questo non rappresenta una verità o non è genuino, può arrivare alle persone e funzionare ma a un certo punto è destinato a crollare. E’ più importante quindi veicolare un valore reale, che rispecchi la verità”.

“Ne ‘La Duplice Alleanza’ faccio un compendio delle metodologie che si attivano nell’approccio tra startup e aziende. E’ un libro che si propone per tracciare ponti per una collaborazione, diventata necessaria per la sopravvivenza”


Perché in Italia sono ancora molte le aziende che si precludono una “open innovation”?

“Perchè è difficile, costosa e non porta risultati nel breve periodo. A volte è anche politicamente scomoda, perchè fare innovazione significa cambiare l’ordine delle cose. Significa sovvertire. Quando si sovverte un equilibrio, c’è sempre qualcuno che ci perde. In generale, ritengo ci sia una mancanza di visione di lungo termine e di prospettiva. Fare open innovation significa mettersi in discussione e questo è difficile per un’azienda, per le persone conservatrici che la vivono. Ad esempio, perchè ci siamo trovati all’improvviso a chiederci come adeguare le strutture allo smart working? Prima esisteva, ma pochi lo avevano adottato perchè andava bene così com’era. Mi preme anche sottolineare la presenza di università, e in Italia abbiamo università di eccellenza, che risponderebbero a tante problematiche di livello macro. Perchè, dunque, non fare una connessione di risorse?”.

Il tuo manifesto è “stop whining”. Ci puoi spiegare come nasce?

“E’ legato alla sfera personale. Ho finito l’università nel 2015, volevo laurearmi in anticipo ma non ci sono riuscita per problemi di salute. In quei giorni scrivo la tesi e nel frattempo vivo una situazione complicata: da una parte dovevo definire cosa fare post laurea e dall’altra mi sono trovata a chiudere una relazione importante. Decido, sotto stretto consiglio di mio padre, di girare per l’Europa e per l’Italia. Tornata a casa ho capito che la mia vita passata era ancora lì: potevo scegliere di rinunciare a tutto per recuperarla o tranciare completamente. Poi allo specchio mi sono detta: Marta, stop whining! Ho cominciato a guardare il mondo con questi occhi, ho smesso di rivangare paure e ansie. E’ uno slogan che si è declinato nel professionale quando ho vinto il concorso di Adecco, perchè ho avuto una grande motivazione a raggiungere l’obiettivo. Non avevo niente da perdere, non avevo maschere. Questo è stato un nuovo modo di approcciarmi alla vita, soprattutto dal punto di vista umano. E’ stato un grande insegnamento”.

Hai tenuto anche degli incontri con dei giovani studenti. Quale messaggio dare ai giovani di oggi? Un consiglio che daresti loro e che a te non è stato dato? 

“Mi sarebbe piaciuto che mi fosse stato detto di non conformarmi con quello che succede. Temo che i ragazzi di oggi sottovalutino gli strumenti che hanno in mano. Questo aspetto apre a un mondo che non ha precedenti, che nessuno può spiegare. Ecco perchè non bisognerebbe conformarsi con quello che si vive. Il mondo è grande, nessuno è speciale e ognuno deve trovare il suo posto. Non abbiamo le cose per diritto acquisito, per cui è meglio cercare di prendere il proprio spazio. Da questo punto di vista a me spaventa che ci si sieda sugli allori, che si dormicchi. Non vale solo per i giovani, ma loro hanno più tempo e molte più skills digitali per capire quale sia il loro spazio. Mi preoccupa l’inerzia, soprattutto se l’idea è quella di attendere che arrivi qualcosa”.

Perchè in Italia c’è una grande paura di fallire?

“Credo sia una paura insita nella nostra cultura, nel nostro essere umani, avere paura di non essere riconosciuti. Anche della cultura classica, del bello e della perfezione. E’ una problematica che coinvolge tutti i settori, altresì il sistema scolastico rispetto al raggiungimento del risultato, del voto. Penso serva un equilibrio ben definito. Quando fallisci, a chi devi rendere conto? A te stesso. Se bisogna rendere conto agli altri di ciò che si fa, delle proprie scelte, l’idea di fallire è normale faccia più paura. Ma, soprattutto, credo che osare e fare sia più importante. Se decidi di non fare, perdi due opportunità: quella di fare bene e quella di fare male”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Vorrei collaborare maggiormente con il mondo accademico, quindi collegare università e aziende. Generation Warriors si sta concentrando sugli sviluppi tecnologici del suo business. La pandemia ha cambiato il nostro modo di vedere le cose, ci ha portato a riflettere sul nostro ruolo sociale ancor più di prima. Abbiamo capito come il dialogo intergenerazionale sia arrivato a un punto di svolta non solo per le aziende, ma a livello più macro”.

Contatti

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